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SCUOLA/ È la conoscenza e non il saper-fare il cuore del rischio educativo

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Vincent Van Gogh, Notte stellata sul Rodano, 1888 (particolare)  Vincent Van Gogh, Notte stellata sul Rodano, 1888 (particolare)

La conoscenza può assumere rilevanza particolare nella scuola, perché in essa si svolge un momento indispensabile e particolare dell’avventura conoscitiva, secondo la dinamica di introduzione alla realtà totale che le è propria. La conoscenza nasce dall’evidenza delle cose, dall’accorgersi della realtà, come scintilla e possibilità che la ragione si metta alla prova, indagando il mondo. Alle infinite domande che sorgono, la conoscenza chiede risposte, ricerca i perché sull’apparenza e sulla sostanza delle cose, apre agli intellegibili.

La conoscenza non è mai un processo completamente separato dal rapporto con la realtà e con la storia culturale di un popolo. È di questo che si fa carico con passione un insegnante nell’ora di lezione, quando convoca gli allievi all’essere e all’esserci delle cose, insieme alla loro conoscibilità razionale. Egli fa conoscere le cose e rivela nella coscienza di ogni studente il sorprendente accadere di esse, come carico di un significato intellegibile.

Avviene così che alla crisi della conoscenza, nei termini sopra accennati, come fattore non secondario della conclamata crisi scolastica e educativa, risponde già da tempo la presenza di insegnanti e scuole che non attendono, per esistere e fare bene, né riconoscimenti, né favori, né riorganizzazioni e riforme vicine o future. A questi temi è dedicato il Convegno La conoscenza nella scuola, che l’Associazione Culturale Il Rischio Educativo e la Fondazione per la Sussidiarietà organizzano sabato 19 febbraio all’Università Cattolica di Milano.
 



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COMMENTI
21/02/2011 - conoscenze e competenze (Daniela Notarbartolo)

Tengo molto alla conoscenza che “nasce dall’evidenza delle cose, dall’accorgersi della realtà, come scintilla e possibilità che la ragione si metta alla prova, indagando il mondo” e ringrazio l'articolista. Vorrei segnalare però che il modello funzionalistico grazie a Dio non è più l’unico dominante, e le definizioni del Quadro europeo delle qualifiche, recepite ufficialmente anche da noi, l’hanno del tutto ridimensionato. Persino l’OCSE PISA, al di là delle dichiarazioni sulla literacy come strumento utile al cittadino, propone quesiti che richiedono una ragione attenta alla realtà e capace di interrogarsi di fronte alle cose. Diciamo che il modello almeno da noi va fuori moda, grazie a Dio. C’è poi una “competenza” intesa come profilo cui tutte le discipline concorrono, come sintesi intelligente e trasversale di un percorso scolastico capace di essere più della somma dei suoi addendi. In questo senso il profilo in uscita dei licei è una cosa assolutamente nuova: gli strumenti metodologici, argomentativi e comunicativi che tutte le materie concorrono a fornire indicano una dimensione “culturale” (cioè non biologica) di ampio respiro, per niente scontata nei nostri licei.

 
18/02/2011 - Splenderà ancora il sole? (enrico maranzana)

L’argomentazione poggia sulla constatazione che è “È invalsa la convinzione che si debbano insegnare solo saperi (si badi, al plurale), abilità e competenze utili a esercitare un ruolo nel mondo”, postulato che prefigura un modello di scuola funzionale all’esistente: la società, non le qualità dei giovani, rappresentano la finalità del sistema educativo. Ma le cose non stanno così, o meglio, le cose non dovrebbero stare così (cfr. in rete: All’origine del disservizio scolastico). Se nella scuola ci fossero dei veri professionisti, rispettosi del mandato che la legge ha conferito loro, il suo orientamento sarebbe la ricerca del “bene che rende veri” (cfr. sul web: 1) Competenze: poche idee ben confuse; 2) La funzione dirigenziale, chiave di volta del servizio scolastico). E “la realtà” sarebbe sfruttata come occasione di sviluppo e di potenziamento delle capacità degli studenti.