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SCUOLA/ Perché genitori e prof hanno paura che un giovane dica "io"?

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Si conosce solo per avvenimento (A. Finkielkraut)  Si conosce solo per avvenimento (A. Finkielkraut)

È questo “io” che va riconosciuto, interpellato e sfidato, a partire dalla sua ragione. Che è esigenza energica di nessi, cioè di significato, perché il significato di una cosa è dato dal suo rapporto con tutti i fattori che la riguardano e dalla sua funzionalità ad essi.
Così la ragione dell’uomo - sospinta da quella curiosità che si esprime nella domanda: perché? - irriducibilmente cerca il significato, senza accontentarsi di risposte parziali, cioè provvisorie.
Veramente la ragione umana nella sua semplicità originale è profezia dell’attrattiva vincente (la delectatio victrix) del Vero e dell’Uno!

Il dovere primo di un insegnante - che voglia essere educatore, non prima, non dopo, non accanto al suo insegnamento - è innanzitutto quello di essere uomo, cioè di non dare per scontato il punto infuocato della propria umanità: il suo soggetto stesso, capire che cosa esso è ed averne continuamente rinnovata consapevolezza.

Solo così potrà riconoscere e sfidare l’io del giovane nel percorso dell’autocoscienza, che resta comunque lo scopo ultimo della scuola - luogo educativo. Non, innanzitutto, competenze e abilità (che pure non possiamo sottovalutare), ma l’autocoscienza.
È la vecchia disputa tra Platone e Isocrate (ferocemente contestato anche da Aristotele) sulla natura e il valore della paideia: se essa sia la ricerca del vero (cioè l’autocoscienza) - astratta e inutile, sosteneva Isocrate - oppure se sia la competenza e l’abilità, ben più concrete e utili (anche se - guarda caso - non adatte a tutti). Sembra che la scuola di Isocrate fosse ben più frequentata di quella di Platone...

2. Ma può un uomo aiutare un altro uomo se non per qualcosa che già c’è in sé?

È nel fenomeno della conoscenza che l’uomo si accorge, mentre ne fa esperienza, della propria ragione, della propria affezione e della propria libertà. La conoscenza è sempre la scoperta di una “cosa” reale e nuova, è quella presa di possesso - coscienza - di cui parla il Salmo 8; per sua natura essa non si arresta, si apre alla conoscenza di altro; e, ad ogni passo - ognuno in nesso con l’altro -, subisco quel contraccolpo affettivo in cui prendo sempre più consapevolezza del mio essere nella realtà - non c’è separazione tra io e realtà -, del mio bisogno di essere (non mi faccio da solo), del mio compito nella realtà di fronte all’essere.
 



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COMMENTI
20/02/2011 - grazie (cinzia billa)

Lo so che è una parola misera, eppure mi viene da dire grazie. Questo articolo ha suscitato una gratitudine in me... perché mi restituisce la mia vocazione per quella cosa grande che è e apre uno squarcio nuovo sui miei confusi, sedati disagi quotidiani che sono materia preziosa per il lavoro della mia vita e che innanzitutto mi dicono: da sola non puoi nulla. Grazie ancora.