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SCUOLA/ Perché genitori e prof hanno paura che un giovane dica "io"?

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Si conosce solo per avvenimento (A. Finkielkraut)  Si conosce solo per avvenimento (A. Finkielkraut)

Perché questa continua palingenesi - nuovo inizio - accada a scuola, nell’esperienza dei ragazzi e del docente, occorre che l’oggetto della conoscenza proposta al ragazzo non sia ultimamente la disciplina, ma la realtà. Eppure tale dinamica conoscitiva accade tutta attraverso la disciplina; occorre allora che il docente abbia profonda consapevolezza del nesso che intercorre tra la propria disciplina e la realtà ed esperienza consapevole di che cosa sia l’entusiasmo per la realtà totale, senza del quale la passione per il particolare e per la propria materia assomiglia moltissimo ad una fissazione.

L’insegnante entra in classe certamente ricco del suo sapere - se non sapesse, perché non studia ciò che dovrebbe insegnare, rovinerebbe lo scopo per cui entra in quella classe -, ma offre il proprio sapere ai suoi studenti innanzitutto perché quel sapere prenda vita in sé, alimentando così negli altri - quasi senza accorgersi, per osmosi - lo studium (vagliami il lungo studio e il grande amore: endiadi) di un particolare della realtà, non fine a se stesso (cioè ultimamente all’amor proprio di chi sa), ma perché in quel particolare si riflette la positività e la bellezza dell’essere, cioè della realtà totale.

La lezione - frontale o non -, la verifica, in particolare il tema diventano così un dialogo ricco di domande: qui inizia il vero coinvolgimento intellettuale ed affettivo tra docente e allievi.
Sto parlando non tanto e non solo delle domande che fanno gli allievi (anche se non ne sto sottovalutando l’importanza), ma è l’insegnante che sa come, e quando, fare le domande, quelle tipiche di chi, nell’azione che compie, è libero dal particolare, perché respira nell’orizzonte più vasto del significato: Di che cosa si tratta? Cosa stiamo facendo? Cosa sappiamo su questo punto? Cosa non sappiamo? Perché lo affrontiamo? Quali esiti ci aspettiamo?

Non domande generiche - “che cosa è la libertà” - che lasciano il ragazzo in balia di quello che sente - a questo proposito, bisognerebbe leggere i saggi di Flannery O’Connor -, e neanche finte domande, domande retoriche e inquisitorie, ma domande che sono offerte alla coscienza e alla libertà dell’altro per aiutarlo ad intravvederne la risposta nella propria esperienza. Incomincia così a costituirsi un soggetto autonomo e critico ed è questa la strada della cosiddetta re-invenzione guidata (H. Freudenthal).

In tal modo, più facilmente salviamo noi stessi, oltre che dalla volgarità di un certo “concreto” (rifiuto - che inizia con il “dare per scontato” - di un ideale più grande della sommatoria delle nostre reazioni, dei nostri pareri, dei nostri progetti, dei nostri ruoli e anche dei nostri studi); ci salviamo anche dal pericolo di non comunicare ai nostri allievi la gioia del conoscere che è sempre anche gioia dello stare insieme (Rigotti).
 



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COMMENTI
20/02/2011 - grazie (cinzia billa)

Lo so che è una parola misera, eppure mi viene da dire grazie. Questo articolo ha suscitato una gratitudine in me... perché mi restituisce la mia vocazione per quella cosa grande che è e apre uno squarcio nuovo sui miei confusi, sedati disagi quotidiani che sono materia preziosa per il lavoro della mia vita e che innanzitutto mi dicono: da sola non puoi nulla. Grazie ancora.