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SCUOLA/ 2. E ora "liberalizziamo" Dante e Manzoni contro i maestri della noia

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“Armata” di queste considerazioni, ho partecipato giovedì scorso all’incontro-dibattito Andar a scuola con poeti e scrittori, organizzato dall’associazione Diesse per l’appunto con Davide Rondoni, sul suo libro e sulla sua proposta. La rinuncia allo show sanremese di Benigni per la promessa fatta ad un’amica di partecipare alla serata è stata premiata: ho capito, attraverso le parole dell’autore e le sue risposte alle domande del pubblico, ancorché non numeroso come ci si sarebbe potuti attendere, che l’idea di Rondoni (il poeta non vuole che la si chiami provocazione!) non vuole essere un atto di accusa agli insegnanti italiani, ma la presa d’atto del fallimento del paradigma illuminista di trasmissione del sapere, basato su una concezione enciclopedica (sapere un po’ di tutto) della conoscenza.

Partendo dalla constatazione che oggi arte e conoscenza si trasmettono invece come avvenimento, Rondoni propone, chiede di far tornare avvenimento - cioè fatto che cambia - la lettura dei testi letterari; ma perché un testo cambi, o possa cambiare lo studente, esso deve prima di tutto cambiare il docente, o meglio, il docente, nel mentre lo legge, e quindi lo propone, deve essere la prova vivente, per lo studente, del fatto che quel testo, quelle parole, stanno dicendo qualcosa di bello e di vero a lui, docente, e perciò anche, purché egli lo voglia, allo studente. Due sono le condizioni materiali che questa proposta richiede: che venga riportato al centro dell’insegnamento il testo letterario, liberato da tutti gli orpelli del famigerato (rondonianamente) “contesto”, e che il docente accetti di farsi strumento vocale del testo, cioè che sia capace di darne una lettura degna di tale nome.

Rondoni stesso riconosce che questa tendenza già esiste nella scuola: ci sono esempi di “buone pratiche” (bontà sua!), ma spesso, troppo spesso, esse sono rese qualitativamente e quantitativamente minoritarie dal prevalere di un approccio al testo o di tipo storicistico o, come lui lo chiama, “scientista”, cioè, potremmo parafrasare, filologico-strutturalista. Occorre avere il coraggio di osare almeno una nuova organizzazione del cosiddetto “piano di lavoro annuale”: preoccuparsi di svolgere non tutto “il programma” (intanto, chi controlla?), ma del fatto che gli studenti possano gustare, attraverso la lettura, la bellezza del testo, anche di uno solo (per esempio, l’intero Inferno di Dante): sarà poi il desiderio di rincontrare altrettanta bellezza che li spingerà a leggere, da soli, altri testi.
 



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COMMENTI
21/02/2011 - non condivido (laura cioni)

per niente i giudizi espressi su Benigni, su Fo e sulla Littizzetto, ma in queste cose le opinioni differenti sono una risorsa. Piuttosto mi stupisce che gli insegnanti (io non lo sono più) non perdano l'occasione di disistimare i propri colleghi. Andiamo, la scuola è piena di gente che fa dignitosamente il proprio mestiere. Non tutti sono dei geni o dei santi educatori. A che serve martellarsi sulle dita? Non certo a migliorarsi o a far migliorare, a riprendere fiducia e respiro. Il moralismo è veramente controproducente, in ogni campo.

 
21/02/2011 - D'accordo sia sulla difficoltà sia sulla necesstà (Sergio Palazzi)

Bellissimo resoconto, Daniela. Mi spiace di non esserci stato. Condivido spirito e forma di quanto detto da te e di quanto riporti di Rondoni, e mi sembra ancora più vero dal mio punto di vista di mestierante della chimica, non della letteratura. Quanto sono utopiche le posizioni di Pennac da cui si parte? ovvero, quanto una scuola può rinunciare a "fare qualcosa per forza" trascurando che almeno in 1 discente su 20 quella forzatura può essere l'unico stimolo che lo porta a iniziare un percorso che poi diventerà proprio il suo, o comunque sarà importante? Credo che la scuola, che in ogni sua forma organizzata è una istituzione intrinsecamente coercitiva, non possa rinunciare a far fare qualcosa "per forza" senza smettere di esistere. Il problema è invece quanto infinitamente mediocri ed ordinari siamo "noi" docenti (per stavolta parlo di voi letterati, di solito parlo di noi scienziati!) nel non saper dare senso e scopo all'insegnamento. Vedi, il successo di letture e commenti di Benigni, geniali solo in minima parte e perlopiù banali e grossolani (lo stesso Fo è due spanne sopra, ma pensa a che bella invece la letteratura della prof. Litizzetto!) dimostra che il medium "usuale" di trasmissione delle lettere, cioè l'insegnante pagato per farlo, è veramente troppo al di sotto delle aspettative. Cominciamo spazzando via dalle antologie TUTTO l'apparato critico-menatologico salvo al più le note lessicali, e diciamo di cercare le biografie su wikipedia e le critiche in biblioteca?