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SCUOLA/ Rigotti: cari prof, non si insegna (e non si impara) nulla senza libertà

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Conoscere esige come oggetto qualcosa di reale  Conoscere esige come oggetto qualcosa di reale

Ma un altro tratto essenziale contraddistingue la conoscenza rispetto alla pura informazione: la sua razionalità. Potremmo definire questo tratto in relazione ad un trascendentale della filosofia medievale, Ens et verum convertuntur che sottolinea l’intelligibilità del reale. Ma senza troppo addentrarci in pensieri filosofici, potremmo forse dire in modo molto semplice che la conoscenza non è puramente informazione in quanto è risposta ad un perché.

Sto pensando ai perché dell’infanzia con cui il bambino sfida l’adulto, quasi puntando a conquistare un suo accesso diretto alla realtà. Pare che questo dispositivo critico, che si attiva quasi naturalmente appena il bimbo ha strumentato e strutturato il suo rapporto con la realtà mediante il linguaggio, sia fondamentalmente disattivato nella vita scolastica. Tutti noi, tuttavia, speriamo che non sia del tutto vero.

 

Per capire la natura di questo dispositivo critico dobbiamo individuare i bisogni di conoscenza del bambino proprio distinguendo i diversi usi semantico-pragmatici di perché. Una  ricerca sulle strutture argomentative nei discorsi a tavola di famiglie italiane e svizzere che viene ora condotta da Antonio Bova (un allievo del professor Galimberti), ha evidenziato che i bambini dai 4 agli 8 anni usano i loro micidiali perché per innescare scambi argomentativi e ragionamenti di diverso tipo e complessità. Ricorre con una certa frequenza il perché causale o esplanatorio, che chiede la spiegazione di un fatto (del tipo di Perché il nonno quando si addormenta russa?).

 

Vediamo, per esempio, quest’uso nel dialogo tra Luca, un bambino di 6 anni, e il suo papà. Guardando fuori dalla finestra Luca ha osservato che, diversamente dai giorni passati, non piove e chiede al papà: x

Papà, perché non piove oggi?” Nella sua simpatica risposta il papà formula una spiegazione adottando la metafisica animistica del bambino: “Perché oggi le nuvole sono piene d’acqua, ma la vogliono tenere tutta per loro ancora un po’!

 

Luca, attraverso il suo perché, punta a conoscere la causa, le origini di un evento. La domanda di Luca è, a ben vedere, la stessa domanda che genera la scienza (scire per causas), ma è anche la domanda con cui noi ci interroghiamo, attraverso forme linguistiche diverse, sulla nostra origine, e quindi sulla nostra appartenenza.

 

[Mi ricordo che, quando ero piccolo, molto piccolo, le signore anziane del paese, spesso, incontrandomi, con aria inquisitoria, quasi accusandomi di esistere, mi domandavano nel mio dialetto trentino “Popo, de chi se’t ti?” (“Bambino, di chi sei?”), quasi dovessi giustificare la mia presenza dicendo chi erano i miei genitori. In seguito, giunto al liceo, ho trovato che anche a Dante avevano rivolto, in un canto dell’Inferno, la stessa domanda  “Chi fur li maggior tui?”), anche se devo ammettere che c’era un’altra solennità, tant’è vero che nel poeta la domanda suscitò semplicemente fierezza. Più recentemente, un ricercatore del progetto Argupolis di origine calabrese mi ha confidato che anche a lui le signore anziane del paese chiedevano con aria inquisitoria “A cui apparteni?”. È interessante il nesso fra origine e appartenenza].



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