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SCUOLA/ Rigotti: cari prof, non si insegna (e non si impara) nulla senza libertà

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Conoscere esige come oggetto qualcosa di reale  Conoscere esige come oggetto qualcosa di reale

Un altro perché, forse più frequente, è di natura argomentativa e richiede invece di dare le ragioni. Sono richieste anzitutto le ragioni delle azioni, del fine per cui un’azione è compiuta. Il fine coincide qui con l’argomento che giustifica un’azione, ossia ne mostra la ragionevolezza. Qui si possono attivare lunghissime catene, fra il giocoso ed il persecutorio: Perché esci? Vado in biblioteca. Perché vai in biblioteca? Devo leggere un libro. Perché devi leggere un libro? Devo imparare certe cose. Perché…? Attraverso queste domande il bambino sembra scoprire le gerarchie teleologiche a cui le nostre azioni, spesso solo implicitamente, rimandano. Il perché argomentativo è spesso usato per contestare un rifiuto come in questo breve dialogo dove Elisa, una bambina di 7 anni, chiede alla sua mamma:

 

Mi dai questo limone per giocare, mamma?”. La mamma, impegnata a cucinare, risponde ad Elisa con un rifiuto che si giustifica con una impossibilità: “No, i limoni non te li posso dare per giocare”. Ed Elisa, a questo punto mette in discussione il rifiuto chiedendo di esplicitare le ragioni dell’impossibilità: “Perché?”. La mamma argomenta: “Perché i limoni mi servono per fare una buona insalata per papà”.

 

Un analogo perché chiede invece le ragioni di regole ed ingiunzioni (divieti, comandi, inviti, consigli, raccomandazioni), e quindi li mette in discussione. Sono spesso accompagnati da argomenti per giustificare la contestazione. Come nel breve dialogo tra Marco, un bambino di 5 anni, e la sua mamma. Marco osserva che il suo papà prende delle medicine per curare l’influenza. Ovviamente, ne rimane estasiato e argomenta per analogia:

 

Anche io voglio le medicine che ha preso papà, mamma”. La mamma, naturalmente, non è d’accordo e formula un divieto: “Tu non puoi, Marco”. Questa risposta non soddisfa naturalmente il bambino, che sfida a dare le ragioni del divieto: “Perché no?”. La mamma replica con un argomento, molto interessante, che rimette tutti i protagonisti della vicenda al loro posto: “Perché i bambini devono prendere delle medicine particolari. Non possono prendere le medicine dei grandi, altrimenti si sentono male”.

 

Molto chiaro anche l’esempio in cui Chiara, una bambina di 5 anni, negozia con il suo papà la quantità di cibo che può lasciare nel piatto, aggiungendo, di striscio, un argomento: “Questo poco di pasta lo posso lasciare?” (sollevando leggermente il suo piatto per mostrarne il contenuto al papà). Qui l’espressione questo poco argomenta naturalmente per una concessione. Il papà replica con una proibizione: “No, non puoi”. A questo punto Chiara, certamente più determinata a contestare la proibizione paterna che affamata, ricarica: “Perché, papà?” Il papà confuta con l’evidenza l’argomento del questo poco: “Non ne hai mangiato per niente, Luisa”.



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