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SCUOLA/ Rigotti: cari prof, non si insegna (e non si impara) nulla senza libertà

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Conoscere esige come oggetto qualcosa di reale  Conoscere esige come oggetto qualcosa di reale

È chiaro come al piccolo dell’uomo non basti l’informazione e voglia l’accesso alla realtà ed al suo significato. Quegli stessi perché possono diventare di quando in quando domande che indagano il significato della nostra esistenza. Vogliono sapere la nostra origine, il nostro compito e il nostro destino. La conoscenza con la sua razionalità, la sua rilevanza esistenziale, è allora un’esigenza naturale dell’essere umano.

I perché dei bambini, anche se sembrano un gioco, e certamente spesso lo sono, rappresentano il momento centrale della dinamica della crescita, una dinamica che è umano tenere viva in noi attraverso tutta la nostra esistenza: non possiamo considerare l’adulto come qualcuno che non cresce più, anche se questo può essere vero dal punto di vista biologico. La dinamica del perché, essenziale per l’apprendimento, lo è di conseguenza anche per l’insegnamento che viene trasformato in una vera e propria interazione argomentativa, una critical discussion.

 

Qui forse qualcuno si aspetta e dunque teme che ora io passi a considerare la teoria dell’argomentazione introducendo qualche definizione tecnica e qualche procedimento, magari qualche analytic overview o qualche Y-structure. Preferisco raccontare un episodio.

Un’insegnante di religione in una terza elementare è fortemente contestata da un allievo: “Perché impariamo la religione se la scienza ha dimostrato che non è vera?.Apparentemente si tratta di una domanda, in realtà (come è spesso il caso con le domande retoriche)  è una tesi sostenuta da un’argomentazione a due strati dove un argomento rimanda ad un altro argomento:

tesi: È irragionevole che noi impariamo la religione 

argomento 1: La religione non è vera

argomento 2: Lo ha dimostrato la scienza

In effetti l’argomento 1 è in sé stesso una buona giustificazione per la tesi: è davvero irragionevole pretendere che qualcuno impari quello che non è vero, cioè che non esiste, perché imparare è cominciare a conoscere e oggetto del conoscere può essere solo ciò che è reale, cioè vero. In questa prospettiva (se davvero la scienza avesse dimostrato la falsità della religione) avrebbe senso solo l’ateismo. Ma l’argomento 1 regge soltanto in quanto è sostenuto dall’argomento 2.

 

È su questo che deve incentrarsi la riflessione dell’insegnante. Il suo compito non è davvero semplice. Lei avverte naturalmente che l’apparato contestatorio dell’allievo non è farina del suo sacco e che è totalmente o in parte un discorso riportato. Avverte anche che c’è al fondo un’ideologia scientista, spesso sostenuta da una divulgazione scorretta, magari con i soliti rimandi a Keplero e Galileo.

Sarebbe tentata di rispondere per le rime e di mettere in guardia l’allievo dalle manipolazioni, ma, nella migliore delle ipotesi, la sua adesione sarebbe ex auctoritate, senza ragioni. Peraltro coglie nella provocazione dell’allievo una straordinaria opportunità: può mettere a tema una distinzione importante, favorendo un punto di crescita e un guadagno di consapevolezza di tutta la classe. Sente anche il bisogno di approfondire per conto suo il punto e di studiare un modo per dirlo che sia su misura dei suoi allievi, che rispetti la loro categorialità. Così non si impegna in una confutazione estemporanea: sa che è in scuola e non in un talk show. Loda anzitutto l’allievo per aver affrontato un problema importante che bisogna considerare approfonditamente e riconosce che nel suo ragionamento c’è un primo passaggio perfettamente corretto sottolineando che resta da vedere un secondo punto sul quale bisognerà tornare nella lezione successiva:

Hai ragione a dire che non ha senso studiare le cose false, dobbiamo, però, vedere se la scienza abbia davvero dimostrato che la religione è falsa. Bisogna che ci torniamo su la prossima volta.



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