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SCUOLA/ Rigotti: cari prof, non si insegna (e non si impara) nulla senza libertà

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Conoscere esige come oggetto qualcosa di reale  Conoscere esige come oggetto qualcosa di reale

Tutto questo, lungi dal rendere il ruolo dell’insegnante meno significativo, ne mostra tutta la grandezza. L’insegnante non causa apprendimento, non addestra, non è una catena di trasmissione di saperi costruiti e deliberati altrove, è un “cultore della materia”, ossia un soggetto appassionato a quella realtà che la sua disciplina si incarica di conoscere. Non si limita a consegnare un sapere acquisito, ma lo smonta e lo rimonta insieme al discepolo riverificandone le ragioni ed i nessi, continuamente interrogando la realtà a cui il sapere si riferisce per trarne un’esperienza più ricca. Mentre accompagno (tenendolo per mano = Handführung) il mio allievo nella realtà (totale!) anch’io rifaccio esperienza e rincontro quella realtà: non è possibile ripetere la stessa esperienza rileggendo lo stesso canto di Dante o ripercorrendo le mosse inferenziali dello stesso teorema insieme all’allievo. Il “gaudium de veritate”, legato nel primo caso alla partecipazione all’evento poetico e nel secondo alla profonda, intensa, gioia dell’inferenza, scaturisce da un nuovo avvenimento. Non sono solo io che accompagno lui nella realtà, anche lui accompagna me. La sua esperienza è una verifica della mia in quanto l’insegnamento non è esposizione di contenuti, ma sfida alla ragione e al cuore dell’allievo. In questo senso è argomentativo.



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