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SCUOLA/ Quando un prof è credibile?

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Dal film Les Choristes, di C. Barratier (2004)  Dal film Les Choristes, di C. Barratier (2004)

1. La credibilità è una relazione

 

Che cosa è la credibilità? Chi è credibile? A queste domande molti risponderebbero immediatamente: «è credibile chi è onesto, coerente, sincero, affidabile». È la risposta che ha dato anche Aristotele, il quale nella Retorica osservava che crediamo più facilmente alle persone oneste, soprattutto nelle questioni che non comportano certezza, ma opinabilità. La credibilità è considerata dunque una qualità personale, una caratteristica morale della persona.

Se riflettiamo meglio, tuttavia, la credibilità non è solo una caratteristica personale: è qualcosa che viene riconosciuto dagli altri. Anche se evidentemente non può prescindere dalle qualità personali - che ne costituiscono il fondamento - la credibilità è una relazione, un rapporto. Noi diciamo infatti: «io ti riconosco credibile, io ti credo, io ti do la mia fiducia». Spesso chi è credibile per qualcuno non lo è per altri, non nello stesso modo, nella stessa misura e per le stesse ragioni. La credibilità è sempre qualcosa che «avviene» nella relazione, qualcosa che si mette in gioco nella relazione. È sempre una sfida e una scommessa. Certo la credibilità si basa sulla reputazione acquisita, cioè la credibilità provata, costruita, consolidata nel tempo attraverso molte conferme, ma essa deve essere ricostruita e riconquistata ogni volta. È ciò che si prova ogni volta che si entra in una nuova classe, si incontrano dei nuovi ragazzi. La buona o cattiva fama che ci precede (speriamo buona) non è sufficiente, perché la partita della nostra credibilità e della loro fiducia si gioca in quel momento, è un rapporto che inizia a costruirsi in quel momento. 

C’è anche un altro aspetto che va messo in luce. In ogni relazione comunicativa, le persone si attribuiscono reciprocamente una maggiore o minore credibilità. Tuttavia attribuire all’altro una qualche credibilità costituisce, come ha osservato il filosofo Hans Georg Gadamer, l’accordo portante su cui si regge ogni relazione comunicativa e, in fin dei conti, ogni relazione umana. Noi anticipiamo sempre all’altro una qualche forma di credibilità, di affidabilità. Anche l’incomprensione, il fraintendimento (non voluto) o l’inganno (voluto) sono necessariamente preceduti da una anticipazione di credibilità, di fiducia, cioè dal presupposto della sensatezza e della verità di ciò che l’altro afferma. In ogni rapporto con un altro c’è dunque una apertura di credito. Altrimenti non ci rivolgeremmo nemmeno all’altro, non lo guarderemmo nemmeno, non inizieremmo neanche a parlare con lui.

 

A questo punto occorre fare un passo successivo e chiedersi: in base a che cosa riconosciamo qualcuno come credibile? Quali sono le «radici» o le «cause» della credibilità, le ragioni per uno può dire ad un altro: «sì io ti riconosco credibile, ti ascolto, ti do la mia fiducia, ti seguo»? Esistono essenzialmente tre grandi radici o tre grandi cause della credibilità.

La prima è costituita dalla conoscenza e dalla competenza. È la credibilità di cui gode «colui che sa», che dispone di un sapere affidabile, che ha solide fondamenta. Le due forme principali di questa prima radice della credibilità sono la credibilità del testimone in buona fede e la credibilità dell’esperto. Nella società moderna la figura per eccellenza di esperto è quella dello scienziato, cioè di colui che vanta e «produce» una conoscenza metodologicamente fondata, ma la credibilità basata sulla conoscenza/competenza è anche quella dell’insegnante come esperto di una determinata disciplina, del medico in quanto capace di curare secondo i dettami della scienza medica, o del giornalista quando svolge il suo lavoro di testimone diretto degli eventi secondo le regole dell’accuratezza, della completezza, della verificabilità dell’informazione. In sintesi è la credibilità della persona che «sa quel che dice» e assume la responsabilità di ciò che dice.



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COMMENTI
25/02/2011 - caducità delle umane cose (Francesco Tasselli)

Signor Maranzana, da anni subiamo i suoi commenti, che risultano sempre più pomposi, involuti e in ultima analisi inutili. Ci faccia la carità di risparmiarci questo sadico stillicidio per il futuro. Grazie.

 
24/02/2011 - Accademia VS scuola italiana (enrico maranzana)

Lo scritto si fonda sul postulato dell’esistenza di “tre forme principali di apprendimento. 1. Si può CONOSCERE innanzitutto per esperienza diretta; 2. Si può anche CONOSCERE e apprendere (imparare) attraverso l’osservazione e l’imitazione del comportamento di un altro; 3. Si può infine CONOSCERE e apprendere (imparare) attraverso simboli”. Di conseguenza “quando si parla di educazione, si fa riferimento ad una relazione verticale tra chi educa e chi è educato. In termini macro-sociologici si parla di trasmissione di saperi”. Pertanto “la capacità di insegnare è quell’insieme di competenze didattiche e metodologiche che permettono di TRASMETTERE nel modo più efficace e coinvolgente questi contenuti disciplinari e culturali”. La scuola italiana, invece, ha una semantica differente: essa è finalizzata alla promozione dell'apprendimento che si realizza progettando itinerari volti al raggiungimento di elevati livelli culturali che presuppongono lo sviluppo di capacità e di competenze il cui sviluppo rappresenta il traguardo istituzionale. Esso è da perseguire utilizzando strumentalmente conoscenze e abilità. Il mandato affidato alle scuole corrisponde all'individuazione e alla strutturazione delle conoscenze in funzione della promozione e del potenziamento di capacità. Si tratta di una concezione funzionale ai “grandi temi e alle grandi domande” e alla stimolazione di “stupore e curiosità”.