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SCUOLA/ Quando un prof è credibile?

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Dal film Les Choristes, di C. Barratier (2004)  Dal film Les Choristes, di C. Barratier (2004)

1. Giudicare significa cercare, scoprire, far emergere: a) i nessi, le relazioni, i collegamenti tra le cose, i fenomeni, gli eventi; b)  i significati dell’agire umano e delle relazioni umane e il rapporto tra i significati e i segni, cioè le forme sensibili, percepibili che li esprimono; c) i rapporti di priorità, le gerarchie di rilevanza, le distinzioni/relazioni tra ciò che è primario e secondario, essenziale e contingente, ciò che vale di più o di meno ai fini della vita umana dal punto di vista ontologico ed etico.

La facoltà/capacità di giudicare riguarda sia i fenomeni fisici e naturali, sia i fenomeni umani e sociali, che richiedono ognuno un metodo adeguato di conoscenza. Se considero ad esempio l’uomo e le relazioni umane dovrò trovare un metodo adeguato all’oggetto che intendo conoscere. Così il senso dell’azione umana e sociale può essere adeguatamente compreso solo riferendosi all’intenzionalità, alle motivazioni e alle esigenze di colui che agisce e non può essere semplicemente riferito a cause e condizionamenti esterni o a meccanismi e pulsioni interne (che pure esistono), perché ciò non sarebbe adeguato all’oggetto e allo scopo conoscitivo che ci si prefigge (cioè produrrebbe una spiegazione riduzionistica).

 

2. La seconda dimensione della ragione è la capacità di cogliere il nesso, il rapporto tra l’attività della conoscenza e la vita di colui che conosce. Ciò si esprime nella domanda: quel che «accade» nel mondo che cosa implica per me in termini di conoscenza, decisione e azione sulla realtà?

Per l’insegnante si tratta di cogliere e mostrare il rapporto tra un particolare sapere disciplinare e la realtà o, in altri termini, la sua utilità. Spesso si sente dire che le discipline devono essere divertenti per facilitare l’apprendimento. Che siamo divertenti è un aspetto secondario: l’elemento essenziale è che siano interessanti. Ma cosa interessa? Interessa ciò di cui si coglie il nesso con l’esperienza, che permette di capire di più la propria vita e la propria esperienza.

La mancanza di intelligenza coincide in questo caso con il rischio dell’astrattezza, nel senso letterale del termine, dell’essere fuori, non addentro alla realtà. Gli studenti dicono spesso: «ma questo a cosa mi serve?», «perché devo studiare questa cosa?», che è come dire «non capisco il nesso». Occorre allora interrogarsi su come rendere interessante la propria disciplina, cioè connessa alla realtà, che si tratti di matematica, di fisica, di biologia, di letteratura, di filosofia o di storia dell’arte, di ragioneria o estimo.

 

3. Educare la ragione significa anche cogliere e mostrare la connessione tra i saperi, le forme di conoscenza, cioè tra le discipline (è il famoso concetto di interdisciplinarità). Perché?

Innanzitutto ogni fenomeno, ogni evento, ogni aspetto della realtà che osserviamo ha una articolazione interna, una complessità, che nessuna disciplina esaurisce o può comprendere interamente. Quindi nessuna disciplina basta a se stessa, ma ha bisogno di essere integrata dalle altre, cioè di altre prospettive che consentono di comprendere la realtà di cui si occupa. Ancora una volta, ciò diventa evidente in massimo grado quando studiamo l’agire e le relazioni umane. 

In secondo luogo uno sguardo interdisciplinare risponde alle esigenze della ragione perché tutti i saperi e le discipline sono in un certo modo «scienze dell’uomo», cioè sono finalizzate a consentire una conoscenza e un controllo dell’ambiente in cui l’uomo vive e a dirigere l’azione umana. In una parola servono all’uomo a capire la realtà (a cominciare dalla propria «realtà interna») e ad agire con intelligenza sulla realtà.



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COMMENTI
25/02/2011 - caducità delle umane cose (Francesco Tasselli)

Signor Maranzana, da anni subiamo i suoi commenti, che risultano sempre più pomposi, involuti e in ultima analisi inutili. Ci faccia la carità di risparmiarci questo sadico stillicidio per il futuro. Grazie.

 
24/02/2011 - Accademia VS scuola italiana (enrico maranzana)

Lo scritto si fonda sul postulato dell’esistenza di “tre forme principali di apprendimento. 1. Si può CONOSCERE innanzitutto per esperienza diretta; 2. Si può anche CONOSCERE e apprendere (imparare) attraverso l’osservazione e l’imitazione del comportamento di un altro; 3. Si può infine CONOSCERE e apprendere (imparare) attraverso simboli”. Di conseguenza “quando si parla di educazione, si fa riferimento ad una relazione verticale tra chi educa e chi è educato. In termini macro-sociologici si parla di trasmissione di saperi”. Pertanto “la capacità di insegnare è quell’insieme di competenze didattiche e metodologiche che permettono di TRASMETTERE nel modo più efficace e coinvolgente questi contenuti disciplinari e culturali”. La scuola italiana, invece, ha una semantica differente: essa è finalizzata alla promozione dell'apprendimento che si realizza progettando itinerari volti al raggiungimento di elevati livelli culturali che presuppongono lo sviluppo di capacità e di competenze il cui sviluppo rappresenta il traguardo istituzionale. Esso è da perseguire utilizzando strumentalmente conoscenze e abilità. Il mandato affidato alle scuole corrisponde all'individuazione e alla strutturazione delle conoscenze in funzione della promozione e del potenziamento di capacità. Si tratta di una concezione funzionale ai “grandi temi e alle grandi domande” e alla stimolazione di “stupore e curiosità”.