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SCUOLA/ Quando un prof è credibile?

Pubblicazione:

Dal film Les Choristes, di C. Barratier (2004)  Dal film Les Choristes, di C. Barratier (2004)

 3. I valori nell'azione educativa

 

La seconda radice della credibilità, come si è detto all’inizio, ha a che fare con i valori. Nell’azione dell’insegnante, essi si sviluppano in due direzioni: 1) i valori nei confronti del proprio lavoro; 2) i valori che guidano il rapporto con i ragazzi.

Credo che questi valori possono essere riassunti in un’unica parola: la giustizia. Quindi una giustizia (e una moralità) nei confronti del proprio lavoro e una giustizia (e una moralità) nei confronti degli studenti. Questi due aspetti, come è facile intuire, sono intrecciati, ma per chiarezza è opportuno esaminarli distintamente.

 

3.1. La giustizia nei confronti del proprio lavoro

 

Due psichiatri, Benasayag e Schmit, hanno scritto recentemente un libro a partire dalla loro esperienza professionale quotidiana intitolato significativamente L’epoca delle passioni tristi. In queste pagine mostrano che il nostro tempo è caratterizzato dal passaggio da un sentimento del futuro come promessa e attesa ad un sentimento diffuso del futuro come minaccia. C’è una chiusura sul presente (anche se è un presente che si avverte come insoddisfacente) e l’implosione del desiderio del futuro, che è temuto più che atteso, desiderato, preparato. Ciò si manifesta anche negli atteggiamenti e nelle concezioni che guidano l’attività nella scuola. Proprio in riferimento a questo aspetto, gli autori osservano che «il desiderio è semplicemente il fondamento stesso dell’apprendimento». In questo termine vengono sintetizzati i concetti di motivazione, curiosità, interesse, partecipazione emotiva che, come hanno ormai spiegato molti studi sul funzionamento della mente, stanno alla base dell’apprendimento, della comprensione e della memorizzazione. Il significato fondante del desiderio vale su entrambi i lati della relazione. Vale dalla parte di chi vuole/deve apprendere, perché senza desiderio di imparare non si apprende nulla, si apprende in modo superficiale e senza radici. Ma vale anche dalla parte di chi vuole/deve insegnare. Senza desiderio non si insegna nulla, si è solo delle “macchine parlanti”.

Ciò che caratterizza un vero rapporto educativo è la passione e il desiderio di chi educa poiché nella passione e nella dedizione che egli mette nella sua azione educativa sta la radice della persuasività della sua azione, la possibilità di suscitare i desiderio del più giovane. Il desiderio, la passione di chi educa coinvolge, contagia, si trasmette anche a chi è educato. 

 

In che cosa consiste dunque la giustizia o la moralità nei confronti del proprio lavoro? L’insegnante deve essere serio nel lavoro che fa, deve prendere sul serio il lavoro che fa.

Un recente saggio del sociologo Richard Sennett, dedicato all’uomo artigiano, esprime esattamente questa idea. I saperi tecnici, che nascono dall’interazione di mente e mano, di ideazione e abilità, di scienza e tecnica, di arte e mestiere, non contengono solo delle cose da sapere e saper fare, ma implicano un atteggiamento culturale, un rapporto con il proprio lavoro che richiede cura e dedizione. Questo aspetto vale non solo per i lavori manuali che formano e plasmano creativamente le cose, ma vale a maggior ragione per il lavoro delicatissimo rivolto alla formazione del materiale più prezioso: lo stesso essere umano.


Cosa significa allora questo lavoro «ben fatto»? Una prima implicazione è la necessità di aggiornarsi. L’insegnante è un creatore di conoscenza, non un puro ripetitore. Trasmettere conoscenze significa sempre anche produrre, rielaborare, ricreare. Questo non solo perché tutte le discipline - dalla linguistica alla storia, dalle discipline scientifiche a quelle artistiche - evolvono, vedono continuamente nuove scoperte e acquisizioni, nuove metodologie. Ma perché è costituivo di una professione intellettuale, quale è quella di un insegnante, mantenere viva una curiosità.

Una seconda implicazione è che non si deve improvvisare. L’improvvisazione fa perdere credibilità. Sono da apprezzare i docenti che preparano appunti o che utilizzano anche i nuovi strumenti audiovisivi o informatici per «aiutare» il proprio lavoro e mantenere l’attenzione. Non che questi strumenti bastino di per sé a rendere interessante un argomento, ma certo sostengono la preoccupazione didattica e rivelano un atteggiamento. Sono mezzi utili per un fine, ma ciò che conta è il fine.



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COMMENTI
25/02/2011 - caducità delle umane cose (Francesco Tasselli)

Signor Maranzana, da anni subiamo i suoi commenti, che risultano sempre più pomposi, involuti e in ultima analisi inutili. Ci faccia la carità di risparmiarci questo sadico stillicidio per il futuro. Grazie.

 
24/02/2011 - Accademia VS scuola italiana (enrico maranzana)

Lo scritto si fonda sul postulato dell’esistenza di “tre forme principali di apprendimento. 1. Si può CONOSCERE innanzitutto per esperienza diretta; 2. Si può anche CONOSCERE e apprendere (imparare) attraverso l’osservazione e l’imitazione del comportamento di un altro; 3. Si può infine CONOSCERE e apprendere (imparare) attraverso simboli”. Di conseguenza “quando si parla di educazione, si fa riferimento ad una relazione verticale tra chi educa e chi è educato. In termini macro-sociologici si parla di trasmissione di saperi”. Pertanto “la capacità di insegnare è quell’insieme di competenze didattiche e metodologiche che permettono di TRASMETTERE nel modo più efficace e coinvolgente questi contenuti disciplinari e culturali”. La scuola italiana, invece, ha una semantica differente: essa è finalizzata alla promozione dell'apprendimento che si realizza progettando itinerari volti al raggiungimento di elevati livelli culturali che presuppongono lo sviluppo di capacità e di competenze il cui sviluppo rappresenta il traguardo istituzionale. Esso è da perseguire utilizzando strumentalmente conoscenze e abilità. Il mandato affidato alle scuole corrisponde all'individuazione e alla strutturazione delle conoscenze in funzione della promozione e del potenziamento di capacità. Si tratta di una concezione funzionale ai “grandi temi e alle grandi domande” e alla stimolazione di “stupore e curiosità”.