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SCUOLA/ Quale conoscenza? Meglio l'"ora et labora" che l'ozio degli antichi...

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

L'articolo di presentazione del Convegno su La conoscenza nella scuola a firma di Francesco Valenti pubblicato sul sussidiario.net rappresenta uno spunto interessante per affrontare uno dei temi centrali della scuola. I punti di partenza dell’articolo, da cui Valenti intende prendere le distanze, appartengono a due ordini di osservazioni complementari.

 

Il primo riguarda, anche se in modo inevitabilmente semplificato, il fine della scuola: si sta costruendo (si è costruita) “una scuola attorno a criteri che tolgono, sostanzialmente, valore al momento conoscitivo”; si insegnano “solo saperi (si badi, al plurale), abilità e competenze utili ad esercitare un ruolo nel mondo”.

Il secondo propone punti critici propri della “relazione didattica”: il compito dell’insegnante (“se aiuta momenti di auto-apprendimento o se propone dati e metodi delle discipline”), il contenuto dell’insegnamento (“avere notizia di molte cose o conoscere, pensare, stabilire nessi”, “la rilevanza data alle discipline scolastiche”), l’organizzazione (“la scuola organizzata per ambiti o per classi”, “i tempi e gli spazi” della scuola).

 

Certamente su queste osservazioni è difficile dissentire. Molte domande nascono, invece, nel momento in cui dalla diagnosi si passa a positive proposte di intervento che obbligano ad uscire dall’inevitabile genericità delle formulazioni per incontrare le problematiche presenti nel nostro sistema formativo e specificare il significato che si assegna ad alcune parole chiave. Tra queste, a nostro avviso due hanno particolare importanza: conoscenza e interesse.

 

La scelta fatta dall’articolo (anzi, dal convegno presentato) di affrontare il primo di questi temi ignorando il secondo è significativa; nella prospettiva “realista” che viene rivendicata, infatti, questi due aspetti non possono essere considerati disgiuntamente. Conoscenza e interesse vanno considerati contestualmente se si vogliono affrontare i tre interrogativi - Quale sapere/apprendimento? Per chi? Perché? - a cui occorre rispondere per riconoscere soluzioni e strumenti, quindi un percorso, che porti a un intervento efficace.

 

L’interesse rappresenta, infatti, una dimensione del rapporto educativo che si lega strettamente al termine utilità. A che deve servire, essere cioè utile, l’impegno scolastico (ricordiamolo sempre, l’unico e solo impegno che la società pone a carico del giovane, in particolare nella minore età) se non “a esercitare un ruolo nel mondo”? In questione semmai dovrà essere la natura dell’utilità cui mirare, quale essa sia, dove la si trovi, soprattutto come debba essere resa presente all’alunno in modo tale da sostenerlo nel percorso.



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COMMENTI
28/02/2011 - Articolo di Crema (Angelo Teruzzi)

Mi trovo molto in sintonia con le riflessioni proposte nell’articolo. In particolare trovo rilevante la domanda circa il posto che l’esperienza (dell’alunno e dell’insegnante) ha nella scuola: se “l’esperienza” (dell’alunno e dell’insegnante) viene subito o solo incanalata dentro i metodi formali dei diversi saperi (metodi scientifici), si ha una perdita ed un impoverimento decisivo: il percorso educativo rischia di essere bloccato. Perché l’esperienza è più ampia e la ragione che raccoglie ciò che viene a galla dell’esperienza ha varie movenze, ma non può tralasciare quell’“intelligenza del segno” – come l’ha chiamata Di Martino al Meeting dell’anno scorso – che è comune a tutti gli uomini, in ogni momento del loro percorso di vita. “Vi sono uomini estranei al metodo logico-filosofico o matematico scientifico, ma non vi sono uomini estranei all’intelligenza del segno, alla comprensione del senso (comunque inteso) di ciò che viene loro incontro nell’esperienza. Un tale esercizio della ragione non può mai essere superato, per lasciare definitivamente luogo ad altri e più raffinati impieghi: esso è sempre necessariamente all’opera e lo è supremamente nel campo dei rapporti umani.

 
25/02/2011 - Conoscenza o competenza? (annarita tiberio)

Parto dalla conclusione del Prof. Crema: ”obiettivo comune cogliere nella conoscenza quella dimensione che accompagna l’uomo nel suo percorso esistenziale, sempre storicamente connotato” che condivido pienamente, così come il pericolo da lui intravisto di una possibile deriva ideologista di una “avventura della conoscenza” della quale non vengano forniti indicatori specifici; pur non essendo oggettivamente in grado di esprimere considerazioni del livello dei due esperti, mi permetto di sottolineare che dall’articolo del Prof. Valenti non si riesce ad evincere il perché di questa “paura” dell’applicazione della conoscenza; la conoscenza permette lo sguardo alla realtà totale proprio perché quell’insieme di conoscenze acquisite permette di scoprire il significato della realtà totale, ai diversi livelli, a seconda dell’età; ancora adesso noi adulti per effetto di conoscenze acquisite – continuamente, formali, informali, non formali - riusciamo a comprendere aspetti della realtà che prima neppure vedevamo. La mia esperienza di docente non trova contraddizione tra i due aspetti – conoscenze e competenze – relativi ai processi di apprendimento; tanto più che per arrivare a ottenere competenze è necessario acquisire un surplus di conoscenze, oltretutto variamente intersecate e interdipendenti. La regola francescana è un percorso di apprendimento sicuramente valido per rimanere attaccati alla realtà, pur elevandoci al di sopra di essa attraverso la conoscenza.

 
25/02/2011 - L'avventura umana (enrico maranzana)

Le asserzioni “Una concezione della conoscenza (e di conseguenza una pratica didattica) che intenda mettere al centro la realtà” e “molte sono le strade attraverso cui nell’uomo la conoscenza sgorga” postulano la varietà delle visioni del mondo: cambiando punto di osservazione varia la prospettiva e l’incommensurabilità della realtà appare evidente. Questo è il nodo: i problemi, la curiosità, il desiderio di superare ostacoli sono i fattori che guidano l’uomo nell’esplorazione del mondo. Le conoscenze altro non sono che le tappe del suo cammino, trampolini di lancio per nuove avventure. Ecco apparire limpida la lungimiranza del legislatore la cui voce, inascoltata, afferma da decenni la necessità di porre la personalità dello studente a cardine del servizio scolastico: la conoscenza non deve essere più assunta come fine ma come mezzo, come occasione, per stimolare movimenti.