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SCUOLA/ Tagliagambe: caro Bertagna, non è il pc a "spegnere" il fascino dell'esperienza...

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Da Hume in poi sappiamo bene che l’uomo ha l’incoercibile tendenza a trasformare il post hoc (la successione regolare di eventi) in un propter hoc (un nesso causale in virtù del quale l’antecedente produce il verificarsi del conseguente). Se teniamo conto di questo aspetto l’articolo di Bertagna Chi mostrerà ai “nativi digitali” la realtà che non hanno mai visto? si presta a una duplice lettura.

La prima, piuttosto banale e scontata, è basata sul principio di successione o di sincronicità. Da questo punto di vista ci si limiterebbe a dire che esiste una coesistenza tra l’impetuoso sviluppo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, che esalta l’interattività e il multitasking, l’attitudine a compiere più operazioni contemporaneamente, e comincia a sfornare generazioni “che hanno la testa, il cuore e le mani da «nativi digitali»”, e l’impoverimento dell’ esperienza quotidiana e degli interessi di questi bambini e ragazzi, dimostrata dal fatto che “non impieghino le mani e una penna per scrivere in corsivo; non solo non allevino animali, ma non li abbiano mai visti di persona; che usino le mani per il mouse, ma non come tenaglie, pinze, cacciaviti, succhielli, lamiere, percussori ecc. per risolvere problemi in situazioni reali di vita; (…) che lavorino con ipertesti, ma non abbiano mai letto (o ascoltato) dall’inizio alla fine un romanzo, e abbandonino perciò I ragazzi della via Pal perché nella seconda pagina Boka ruba un oggetto che nessuno sa più che cosa sia (un calamaio) e I fratelli Karamazov perché «troppo lunghi» e così via”. Chi potrebbe non convenire su questa diagnosi e quindi condividere la conclusione che “non c’è scienza possibile di niente insomma senza esperienza”?

La seconda lettura, un tantino più subdola, perché non proposta esplicitamente dall’autore, ma in qualche modo indotta e suggerita almeno in seguito all’incidenza del «principio di Hume», tende a stabilire un rapporto di causa-effetto tra i due ordini di circostanze così diligentemente allineate. Da questo punto di vista il fatto di avere “la testa, il cuore e le mani da «nativi digitali»” sarebbe all’origine del disinteresse per l’esperienza concreta, per la lettura, per la scrittura, e del conseguente impoverimento della capacità di «pensare» di più e più in profondità, della meditazione, della riflessione, dell’attitudine critica, e che più ne ha più ne metta. E in questo caso ci sarebbe molto da dire e da ridire.



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COMMENTI
03/02/2011 - Interessante (Gianni MEREGHETTI)

Interessante la sfida che viene posta, interessante perchè va al cuore di una questione spesso evacuata con tanta superficilità e leggerezza. Sono d'accordo, non è il pc a spegnare il fascino dell'esperienza, anzi laddove vince l'esperienza il pc diventa uno strumento significativo, un supporto che apre lo sguardo ad orizzonti sempre più vasti. Si ripropone la sfida che Andrej Sinjavskij ha vividamente tratteggiato nella figura del contadino russo, capace di vivere un'esperienza culturale profonda pur nella apparente modestia del suo villaggio: "...La quantità delle nostre nozioni e informazioni è enorme, ne siamo sovraccarichi, senza che esse cambino qualitativamente. In pochi giorni possiamo fare il giro del pianeta – prendere un aereo e viaggiare senza profitto spirituale, allargando soltanto il nostro raggio informativo. Confrontiamo adesso questi pretesi orizzonti con lo stile di vita dell'antico contadino, che non si spingeva mai al di là del suo praticello e camminava tutta una vita nelle tradizionali ciabatte, fatte a casa. Il suo orizzonte a noi pare ristretto; ma, in verità, com'era grande questa serrata compagine, concentrata in un solo villaggio. Perfino il monotono rituale del pasto... faceva parte di una cerchia di nozioni dal significato universale." Oggi la questione è identica, la velocità delle informazioni ci sfida a cercare il perchè di tutto quello che vediamo scorrere sul nostro pc, è la domanda di sempre, la domanda che la realtà sia per me.