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SCUOLA/ Tagliagambe: caro Bertagna, non è il pc a "spegnere" il fascino dell'esperienza...

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Per convincersi della parzialità e dell’opinabilità di una simile spiegazione è sufficiente leggere con attenzione i due ultimi contributi di Giovanni Cominelli: Perché non riusciamo ad essere cinesi senza la Cina e Senza una nuova ragione il nostro io sprofonderà nella società liquida. Qui si va direttamente al nocciolo della questione: perché i ragazzi dei paesi “ricchi” non desiderano più, non hanno più interesse e amore per la realtà e per la conoscenza e si limitano a consumare, mentre invece i figli dei paesi in via di sviluppo e più poveri continuano ad avere viva questa tensione e questo bisogno di esperienza, di ragione e di sentimento? E giustamente si avverte che “se il logos perde il contatto con la realtà in divenire, allora cadono la volontà, l’ethos, il desiderio”.

Anziché andare a caccia delle streghe e impegnarsi nella ricerca di un’improbabile colpevole di questo impoverimento Cominelli indica realisticamente come procedere: “occorre tenere intrecciate tutte le dimensioni delle politiche dell’educazione e dell’istruzione”. Il che significa che “occorre fare una riforma radicale del sistema educativo, così che sia in grado di costruire i fondamenti di una nuova civiltà”. Per fortuna c’è ancora (e scrive) qualcuno che non ricorre a ricette semplici per affrontare problemi complessi, che non esalta le virtù taumaturgiche di questo o quell’intervento «a spizzico» e che si rammenta di una splendida quanto potente metafora di Wittgenstein: “...nel tessere un filo, intrecciamo fibra con fibra. E la robustezza del filo non è data dal fatto che una fibra corre per tutta la sua lunghezza, ma dal sovrapporsi di molte fibre l’una sull’altra”. Se noi slegassimo le fibre o le mettessimo addirittura l’una contro l’altra (tecnologie contro scrittura e lettura, simulazione contro esperienza concreta e vissuta, conoscenze contro competenze, approccio disciplinare contro interdisciplinarità e via esemplificando) non avremmo più la forza della corda e alla fine nemmeno la corda (se non per impiccarci, come molti tendono a fare con beata innocenza, riducendo una battaglia di civiltà a una vana predicazione ideologica).



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COMMENTI
03/02/2011 - Interessante (Gianni MEREGHETTI)

Interessante la sfida che viene posta, interessante perchè va al cuore di una questione spesso evacuata con tanta superficilità e leggerezza. Sono d'accordo, non è il pc a spegnare il fascino dell'esperienza, anzi laddove vince l'esperienza il pc diventa uno strumento significativo, un supporto che apre lo sguardo ad orizzonti sempre più vasti. Si ripropone la sfida che Andrej Sinjavskij ha vividamente tratteggiato nella figura del contadino russo, capace di vivere un'esperienza culturale profonda pur nella apparente modestia del suo villaggio: "...La quantità delle nostre nozioni e informazioni è enorme, ne siamo sovraccarichi, senza che esse cambino qualitativamente. In pochi giorni possiamo fare il giro del pianeta – prendere un aereo e viaggiare senza profitto spirituale, allargando soltanto il nostro raggio informativo. Confrontiamo adesso questi pretesi orizzonti con lo stile di vita dell'antico contadino, che non si spingeva mai al di là del suo praticello e camminava tutta una vita nelle tradizionali ciabatte, fatte a casa. Il suo orizzonte a noi pare ristretto; ma, in verità, com'era grande questa serrata compagine, concentrata in un solo villaggio. Perfino il monotono rituale del pasto... faceva parte di una cerchia di nozioni dal significato universale." Oggi la questione è identica, la velocità delle informazioni ci sfida a cercare il perchè di tutto quello che vediamo scorrere sul nostro pc, è la domanda di sempre, la domanda che la realtà sia per me.