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SCUOLA/ Quand’è che una "materia" interessa gli studenti?

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Discipline, metodi o ...realtà?  Discipline, metodi o ...realtà?

Nel dibattito che ultimamente ha ripreso vigore sulla questione educativa in Italia, grazie anche ad un importante convegno organizzato dall’Associazione Il Rischio Educativo e dalla Fondazione per la Sussidiarietà (e complici le polemiche suscitate da recenti affermazioni del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi) una delle domande centrali riguarda la funzione specifica propria della scuola nel contesto educativo in cui i giovani sono chiamati a vivere.

 

Provo a rispondere alla questione a partire dalla mia esperienza, dapprima di studente, e poi di genitore e di insegnante. Cosa si aspetta uno studente dalla sua scuola, in particolare negli anni della prima adolescenza? Cosa si aspettano per lui i suoi genitori? È intuitivo capire che siano cose diverse da quelle che può trovare in famiglia, nel gruppo dei propri amici, o nella squadra in cui si fa sport. Quello che accomuna l’attesa di allievi e famiglie, in fondo, è questo: che i ragazzi possano trovare un ambiente dove crescere e imparare.

 

Per quanto elementare, questa affermazione contiene tre elementi fondamentali per inquadrare la risposta alla domanda “Che cos’è la scuola”. Innanzitutto un ambiente: vuol dire che chi entra a scuola si attende di trovare un contesto, o meglio un luogo, che abbia una sua specifica identità, un luogo con il quale avere un rapporto, anche dialettico, o perfino conflittuale, nel quale però crescere.

 

Siamo così al secondo degli elementi. Crescere, cioè prima di tutto riconoscersi, vedersi in azione, diventare più capaci di affrontare la realtà. Diventare grandi, insomma. Ma perché questo rapporto si costituisca occorre sia possibile da subito riconoscerne una convenienza: diversamente il rapporto non si può approfondire, rimane formale, può spesso essere percepito come una pura e semplice perdita di tempo. Mi aspetto quindi che quello che mi viene insegnato sia utile, mi serva, intercetti il mio essere, mi interessi cioè, secondo la radice etimologica di questo termine.



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COMMENTI
11/03/2011 - Perchè rischiare? (enrico maranzana)

La scelta di privilegiare l’aspetto metodologico delle discipline porta “a una scuola, luogo di alienazione, perché ciò che imparo non è determinato in nulla da quello che mi interessa, ma totalmente da fattori ‘altri’,di disintegrazione” è una asserzione inconsistente. I metodi disciplinari non sono entità astratte ma sono i tipici procedimenti applicati dai cultori del settore per affrontare e risolvere le questioni percepite dalla loro lungimiranza. Traslando tale concezione all’interno del sistema ed., di istr. e form. (l’idea “scuola” appartiene al passato): la motivazione autentica dello studente deriva dalla condivisione del significato del SUO lavoro, dall’esatta comprensione del problema da risolvere, dal puntuale esercizio di metodi risolutivi, dall’appagamento che scaturisce dal sentirsi partecipe alla conquista di nuova conoscenza; [Cfr. regolamenti di riordino ist.prof. “ valorizzare stili di apprendimento induttivi”]. Analogo giudizio si ricava dalla giustapposizione di “lo spazio del lavoro collegiale degli Ist.Tec. e degli Ist.Prof. è l’ambito di professionalità e la cultura professionale proprio del lavoro per il quale prepariamo i nostri allievi” con uno dei traguardi comuni previsti dai nuovi regolamenti per i due indirizzi: “utilizzare gli strumenti culturali e metodologici acquisiti per porsi con atteggiamento razionale, critico e responsabile di fronte alla realtà, ai suoi fenomeni e ai suoi problemi, anche ai fini dell’apprendimento permanente”.