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SCUOLA/ Quand’è che una "materia" interessa gli studenti?

Pubblicazione:

Discipline, metodi o ...realtà?  Discipline, metodi o ...realtà?

Questo pezzo di realtà ha valore in quanto può essere colto dallo studente all’interno della più ampia realtà di cui fa esperienza e in cui emerge il suo primo, fondamentale, ineliminabile significato. Di questo l’insegnante è da un lato il testimone (i contenuti che ti insegno c’entrano, anzi compongono - insieme ad altri - la realtà particolare che ti interessa, che ti fa crescere e che ti serve nella vita) e dall’altro il garante della sua validità culturale (il metodo che utilizzo per leggerli è razionalmente/ scientificamente fondato). La “cosa” che insegno è quindi molto più chiaramente definita dalla parola “materia”, cioè pezzo di realtà, parte di una realtà più complessa.

 

La seconda condizione è che esista lo spazio per un effettivo “lavoro collegiale”.  Lavoro finalizzato prima di tutto e soprattutto a individuare, descrivere, selezionare e ordinare il punto di realtà oggetto del nostro insegnamento comune. Nell’istruzione e formazione professionale e nell’istruzione tecnica questo oggetto è il lavoro, o per meglio dire l’ambito di professionalità e la cultura professionale proprio del lavoro per il quale prepariamo i nostri allievi.

 

In quest’ottica ha senso il lavoro sulle competenze, nella misura in cui queste ultime sono i riverberi, nell’esperienza e nell’autocoscienza del ragazzo, dell’habitus culturale e personale della sua professionalità, o, estendendo l’argomento a tutti gli ordini di istruzione, di quello che possiamo chiamare il suo “profilo in uscita”.

 

Se invece le competenze fossero solo espressione di un meccanismo didattico, di una riduzione ad addestramento e a condizionamento (cosa che si verifica ogni volta che si stacca l’istruzione dalla formazione) o il modo per spacciare per buona la moneta falsa dell’“interdisciplinarietà” (che ha gli stessi identici limiti e difetti della disciplinerietà, con in più una buona dose di confusione...) rischieremmo di perdere un’occasione - quella storicamente propria di questi tempi - di reintrodurre la realtà come oggetto di apprendimento che ha un suo specifico diritto di cittadinanza nella scuola.



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COMMENTI
11/03/2011 - Perchè rischiare? (enrico maranzana)

La scelta di privilegiare l’aspetto metodologico delle discipline porta “a una scuola, luogo di alienazione, perché ciò che imparo non è determinato in nulla da quello che mi interessa, ma totalmente da fattori ‘altri’,di disintegrazione” è una asserzione inconsistente. I metodi disciplinari non sono entità astratte ma sono i tipici procedimenti applicati dai cultori del settore per affrontare e risolvere le questioni percepite dalla loro lungimiranza. Traslando tale concezione all’interno del sistema ed., di istr. e form. (l’idea “scuola” appartiene al passato): la motivazione autentica dello studente deriva dalla condivisione del significato del SUO lavoro, dall’esatta comprensione del problema da risolvere, dal puntuale esercizio di metodi risolutivi, dall’appagamento che scaturisce dal sentirsi partecipe alla conquista di nuova conoscenza; [Cfr. regolamenti di riordino ist.prof. “ valorizzare stili di apprendimento induttivi”]. Analogo giudizio si ricava dalla giustapposizione di “lo spazio del lavoro collegiale degli Ist.Tec. e degli Ist.Prof. è l’ambito di professionalità e la cultura professionale proprio del lavoro per il quale prepariamo i nostri allievi” con uno dei traguardi comuni previsti dai nuovi regolamenti per i due indirizzi: “utilizzare gli strumenti culturali e metodologici acquisiti per porsi con atteggiamento razionale, critico e responsabile di fronte alla realtà, ai suoi fenomeni e ai suoi problemi, anche ai fini dell’apprendimento permanente”.