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SCUOLA/ Per amare la lettura occorre volere un po’ di felicità

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Leggere è collocarsi in un altro sguardo  Leggere è collocarsi in un altro sguardo

Premessa prima. Ho avuto la certezza oggettiva di non essere razzista quando un mio nipote - seconda elementare -, osservando la foto di un suo coetaneo che Avsi ci aveva affidato a distanza - un kenyota nero come l’ebano - ci ha chiesto: “E come mai non ha le scarpe?”. Ottima osservazione.

 

Premessa seconda. Ho avuto la certezza di aver avviato qualcuno alla lettura quando un altro mio nipote - terza elementare - mi ha portato da scuola un volume dell’Enciclopedia che riteneva dovesse interessarmi moltissimo per via di certi animali di cui dava notizia. Da sua madre ho poi saputo che aveva combattuto strenuamente per ottenere il permesso di far uscire dall’aula quel libro di sola consultazione e di peso non indifferente. Adesso è normale che anche gli altri ci suggeriscano di quando in quando alcuni testi fondamentali (ad esempio la serie di Code Lyoko. Stupenda. Nessun interesse, fortunatamente, verso i libri del maghetto della Rawlings) sui quali amerebbero conoscere il nostro parere. Sono contentissimi quando ci piacciono. “Ahhà - ridono - ti ho beccato eh? Lo sapevo che avresti detto così!”

 

Lo stesso vale, ovviamente, per i film. In primis Kung Fu Panda e La Pantera Rosa. Ma anche vecchie pellicole di guerra: Lo sbarco in Normandia, I cannoni di Navarone o il supremo: La battaglia di Midway. Insomma, si leggicchia. Ci si tiene aggiornati sui destini del mondo. Si conosce bella gente. Una pagina qua e una là. Esperienze forti, che facciano respirare.

 

Come è successo tutto ciò? Per grazia di Dio, naturalmente. La quale grazia ha assunto - nel nostro caso - la consistenza materiale di una convinzione sempre più radicata, esprimibile nella formula: si scrive “lettura”, ma si legge “fame del mondo intero”. I disappetenti, gli schifiltosi, raramente fanno la fatica di leggere. La formula ha anche una specie di codicillo, che provo a esprimere in forma di racconto. Un paio di estati fa portammo i nostri piccoli lettori agli scavi di Roselle, vicino a Grosseto. Posto magnifico, che avevo già visitato secoli fa, quando i lavori erano appena iniziati. C’ero andato in bicicletta, con mio padre. Allora la strada era sterrata e in un punto in forte pendenza la catena della bici del genitore si era schiantata. Da lì una serie di avventure che avevo raccontato ai ragazzi, scendendo dalla macchina. Al momento di venir via uno di loro ha chiesto di fermarsi un attimo perché voleva vedere bene una casa sulla quale però non sapevo cosa dire. Dopo poco lui mi fa: “Lo sai perché ti chiedo tutte queste cose? Perché quando porterò qui i miei bambini gli dirò anche che ci sono venuto con te, come tu ci hai detto di tuo papà. Non ti sembra una bella cosa?” Voi cosa pensate che abbia risposto?



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