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SCUOLA/ Mastrocola: salviamo Dante (e la libertà) dalla "dittatura" dei tecnocrati

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È così. Io penso che ognuno abbia delle inclinazioni. Siamo naturalmente inclinati per qualcosa. In breve: a qualcuno piace stare ore sui libri, a qualcuno no - o molto meno. Dobbiamo smettere di “torcere” i ragazzi a fare cose contrarie alla loro natura, dobbiamo lasciarli liberi di seguire le loro inclinazioni. Sia chiaro, lo studio è sempre stato per tutti una cosa abbastanza innaturale e costrittiva. E mi piacerebbe vivere in un Paese che “costringesse” i giovani allo studio, che dicesse molto chiaramente che cosa vuole per loro, che cosa è bene che studino, come e quanto. Ma questo il nostro Paese non lo fa più (ad esempio ha abolito i programmi!): non vuole indicare  più nessuna via  e forse non è nemmeno più in grado di farlo. Dunque: liceo per tutti, senza studiare. Il fatto è che siamo una società senza più responsabilità e sanzioni. I principi sono saltati. Se un giovane non studia, che male c’è? Non studiare è diventato un suo diritto. 

Cosa facciamo? 

La mia è un’idea di libertà: lasciamo liberi tutti di scegliere il proprio percorso di studi e la propria vita. Diamo a chi non ha voglia di studiare la libertà vera di poterlo fare. A chi ne è capace, però, quella di studiare davvero. È ovvio che io preferirei che tutti studiassero ad altissimo livello fino a 24 anni, ma non credo verosimilmente che possiamo obbligare la gente a questo. 

È la sua tesi: «Bisognerebbe dare ai giovani la libertà di non studiare. Se non vogliono farlo, allora che non lo facciano». Lei però dice anche che «quando si parla di giovani e futuro e quindi di scuola e poi lavoro, in ballo ci dovrebbe essere soprattutto la felicità». «Si tratterebbe di riprendersi la felicità». Cosa vuol dire? 

Esiste una “felicità mentale”, un  diletto a cui la nostra mente arriva, quando capiamo un difficile problema di matematica, o una grande poesia di Michelangelo. Per arrivare fin lì però occorre aver accettato anni di fatica e di lavoro. Molto spesso invece gli otto anni dell’obbligo sono un inganno che rifiliamo ai nostri giovani, perché si tratta di una scuola  facile, divertente, dalla quale poi escono ragazzi che non sanno capire quel che leggono e esprimere quel che pensano. Dipende tutto, ripeto, da quel che vogliamo per i nostri ragazzi. Se li vogliamo capaci di astrazione, di contemplazione, di riflessione, di analisi, allora dobbiamo fare un’altra scuola: ma a partire dalla prima elementare! 

E la libertà di scelta dove sta? 

Arrivati alla fine di un obbligo scolastico fatto come si deve, ognuno dovrebbe scegliere il proprio percorso di vita. Qui occorre semplificare, perché andrebbe aperto, com’è ovvio, tutto il capitolo dell’educazione familiare. Ma torniamo alla “felicità”: se un ragazzo si sente felice ad intagliare il legno, secondo me dovrebbe fare quello, non altro. Non credo che sia un bene obbligare i ragazzi a fare a tutti i costi il liceo, ma gran parte delle famiglie oggi mandano i figli al liceo: non perché i figli abbiano un’inclinazione per quel tipo di studi, ma perché la famiglia vuole affermare un suo personale prestigio sociale. Non si rendono conto di condannarli ad uno stato di frustrazione e di infelicità, e in molti casi anche ad una futura disoccupazione. 

Secondo lei dove stiamo andando? 



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COMMENTI
23/03/2011 - Nemmeno l'incanto della scienza si può misurare (Sergio Palazzi)

Non ho ancora letto "Togliamo il disturbo", consigliatomi anche da frequentatori di queste pagine, per la banale ragione che era dappertutto esaurito e attendevano il riordino. Il che mi pare un buon segno. Per leggerlo mi basterebbe il fatto che tra i problemi della scuola metta il "rodarismo", termine che per lungo tempo eravamo in pochi ad usare (venendo pure guardati male); sono curioso di vedere se l'accezione di Mastrocola è la stessa. Per imparare ad imparare il modo più semplice credo sia "imparare bene qualcosa": è la ragione per cui rivendico la superiorità culturale ed educativa dell'istruzione tecnica rispetto alla licealizzazione di massa (cfr. ottimi commenti di Pedrizzi). Tra le osservazioni nell'intervista mi colpisce un po' l'insistere su una differenza concettuale tra l'apprendimento di Dante o della scienza, e la relativa possibilità di valutazione. Se per apprendere la scienza si intende saper riportare a memoria degli pseudoenunciati ("Dalton dice che... Newton dice che...") o saper risolvere meccanicamente pile di esercizi numerici, non c'è differenza rispetto a chiedere in che verso di quale canto succede la tal cosa, o svolgere meccanici esercizi di grammatica. Ma quando vedo accendersi qualcosa negli occhi di chi capisce un principio chimico, provo la stessa sensazione di quando lo vedo ammutolire di fronte a Michelangelo: in entrambi i casi sono esperienze ineffabili che nessuna docimologia potrà mai imbrigliare. Non mi sembra ci sia contrapposizione.

 
23/03/2011 - "I professori" (Anna Di Gennaro)

Alla gentile prof.ssa Mastrocola consiglio vivamente la lettura del libro in oggetto, scritto da Aldo Ettore Quagliozzi, edito nel 2006 da Andrea Oppure e da me recensito liberamente, con vero piacere http://www.edscuola.it/archivio/antologia/recensioni/quagliozzi.htm Resta l'amaro dubbio ben espresso nella domanda posta dall'intervistatore: "Perché insegna?" Anzi - meglio - perchè continua ad insegnare?! Considerati i presupposti espressi e le risposte addotte, mi è sorta qualche legittima perplessità...

 
23/03/2011 - maggioranze silenziose (Antonio Servadio)

Non ho letto il libro, solo questo articolo. Di maggioranze silenziose ce ne sono, anche nella scuola. Quei silenzi hanno serie responsabilità verso quelle tendenze che l'autrice giustamente critica. Quando negli anni '60 qualcuno reclamava una scuola più dinamica e aperta, la generazione che ha sbagliato di più -a mio avviso- non è quella degli scalmanati, ma quella di chi sedeva dietro la cattedra e nel ministero. Coloro hanno fatto un bel minestrone, permettendo, e promuovendo che si gettasse via la NOZIONE assieme al NOZIONISMO: due cose veramente molto diverse. Inoltre contesto che la "resa" nelle materie non-letterarie siano tutte e sempre valutabili con scale numeriche. Non si confonda la misurabilità (ad es.) di una temperatura o di una concentrazione salina con la misurabilità di quel che sta accadendo nella testa dei discenti, che può prendere tempi diversi e seguire percorsi vari, esattamente come molti sono i possibili stili didattici ed i possibili programmi scientifici. Esorto ad abbandonare l'appiattimento di tutto quello che è "scientifico" su un piano radicalmente differente dal letterario. Questo atteggiamento dipende forse dal fatto che, di solito, chi ama le materie letterarie ha degli handicap nelle scientifiche e vice versa, da cui una qualche reciproca incomprensione...