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SCUOLA/ Mastrocola: salviamo Dante (e la libertà) dalla "dittatura" dei tecnocrati

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Verso una formazione pragmatica, tecnica, che risponda immediatamente alle esigenze del mondo del lavoro. Questo fa l’Europa, fa il mondo occidentale in generale, e noi ci stiamo adeguando a tale modello. Io mi limito a dire: attenzione, perché facendo fuori la cultura umanistica, o comunque le materie meno immediatamente “utili”, facciamo il nostro danno. Se snaturiamo la filosofia, la matematica, la letteratura ci precludiamo quel livello alto, cognitivo, che costituisce l’essenza di un sapere astratto, disinteressato. Anche gli Stati Uniti si sono accorti che il problem solving non è tutto e fanno studiare letteratura ai manager. 

Quale società vorrebbe? 

Una società che credesse un po’ di più nei valori più astratti, mentali (anche spirituali) e meno in quelli piattamente utilitaristici. Mi basterebbe una società che credesse ancora nell’“utilità” di leggere i grandi libri del passato (Torquato Tasso, per dire un autore lontano e apparentemente inattuale e inutile...). 

Lei ha mai visto cambiare i suoi studenti? Li ha mai visti innamorarsi di Torquato Tasso? 

L’epica, la poesia, la grande narrativa non possono non piacere, e infatti in classe piacciono moltissimo. Le dirò di più: dopo una lezione sui grandi autori, esco sempre con la convinzione di aver fatto centro, mi dico: “bene, ce l’ho fatta, gli è piaciuto”. Ma qual è il punto? Che poi a casa non c’è lo studio. Non c’è alcun deposito, alcun lavoro. Resta il nulla, o il quasi-nulla. È evidente che, se manca un minimo di senso del dovere, vince la vita fuori, i divertimenti, i social network, la televisione, lo sport, gli amici: tutte cose molto più attraenti, e che soprattutto non chiedono fatica... 

Lei scrive: «La nuova scuola e la nuova società del benessere scoprono tra loro insospettabili affinità elettive». Che vuol dire? 

Che attualmente c’è un’unione perversa tra una scuola che ha smesso di esigere una serietà e un impegno culturale, per essere ormai un luogo di socializzazione, di intrattenimento, e una società fondata sul principio del piacere, narcisistica, benestante, che cerca l’agio e la via più breve. Queste due cose si sono perfettamente sposate e il risultato è quello che vediamo. Gli studenti “sono” le loro famiglie. 

È il punto d’arrivo di quello che lei chiama «fallimento di una generazione»? 

In qualche modo, sì. Mi chiedo spesso che cos’abbia fatto la mia generazione, se questo sia tutto quello che poteva dare. Mi chiedo perché la scuola in particolare, che doveva essere il luogo che teneva duro sulla cultura e sull’impegno abbia ceduto così le armi. Io credo sia anche dovuto a un’idea egualitarista, falsamente egualitarista. 

Lei esclude l’idea di una valutazione degli apprendimenti, espressione e punto d’arrivo, secondo lei, del pedagogismo tecnocratico. Ma se davvero la cultura umanistica è in grado di formare la personalità, perché avere paura dei test? 



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COMMENTI
23/03/2011 - Nemmeno l'incanto della scienza si può misurare (Sergio Palazzi)

Non ho ancora letto "Togliamo il disturbo", consigliatomi anche da frequentatori di queste pagine, per la banale ragione che era dappertutto esaurito e attendevano il riordino. Il che mi pare un buon segno. Per leggerlo mi basterebbe il fatto che tra i problemi della scuola metta il "rodarismo", termine che per lungo tempo eravamo in pochi ad usare (venendo pure guardati male); sono curioso di vedere se l'accezione di Mastrocola è la stessa. Per imparare ad imparare il modo più semplice credo sia "imparare bene qualcosa": è la ragione per cui rivendico la superiorità culturale ed educativa dell'istruzione tecnica rispetto alla licealizzazione di massa (cfr. ottimi commenti di Pedrizzi). Tra le osservazioni nell'intervista mi colpisce un po' l'insistere su una differenza concettuale tra l'apprendimento di Dante o della scienza, e la relativa possibilità di valutazione. Se per apprendere la scienza si intende saper riportare a memoria degli pseudoenunciati ("Dalton dice che... Newton dice che...") o saper risolvere meccanicamente pile di esercizi numerici, non c'è differenza rispetto a chiedere in che verso di quale canto succede la tal cosa, o svolgere meccanici esercizi di grammatica. Ma quando vedo accendersi qualcosa negli occhi di chi capisce un principio chimico, provo la stessa sensazione di quando lo vedo ammutolire di fronte a Michelangelo: in entrambi i casi sono esperienze ineffabili che nessuna docimologia potrà mai imbrigliare. Non mi sembra ci sia contrapposizione.

 
23/03/2011 - "I professori" (Anna Di Gennaro)

Alla gentile prof.ssa Mastrocola consiglio vivamente la lettura del libro in oggetto, scritto da Aldo Ettore Quagliozzi, edito nel 2006 da Andrea Oppure e da me recensito liberamente, con vero piacere http://www.edscuola.it/archivio/antologia/recensioni/quagliozzi.htm Resta l'amaro dubbio ben espresso nella domanda posta dall'intervistatore: "Perché insegna?" Anzi - meglio - perchè continua ad insegnare?! Considerati i presupposti espressi e le risposte addotte, mi è sorta qualche legittima perplessità...

 
23/03/2011 - maggioranze silenziose (Antonio Servadio)

Non ho letto il libro, solo questo articolo. Di maggioranze silenziose ce ne sono, anche nella scuola. Quei silenzi hanno serie responsabilità verso quelle tendenze che l'autrice giustamente critica. Quando negli anni '60 qualcuno reclamava una scuola più dinamica e aperta, la generazione che ha sbagliato di più -a mio avviso- non è quella degli scalmanati, ma quella di chi sedeva dietro la cattedra e nel ministero. Coloro hanno fatto un bel minestrone, permettendo, e promuovendo che si gettasse via la NOZIONE assieme al NOZIONISMO: due cose veramente molto diverse. Inoltre contesto che la "resa" nelle materie non-letterarie siano tutte e sempre valutabili con scale numeriche. Non si confonda la misurabilità (ad es.) di una temperatura o di una concentrazione salina con la misurabilità di quel che sta accadendo nella testa dei discenti, che può prendere tempi diversi e seguire percorsi vari, esattamente come molti sono i possibili stili didattici ed i possibili programmi scientifici. Esorto ad abbandonare l'appiattimento di tutto quello che è "scientifico" su un piano radicalmente differente dal letterario. Questo atteggiamento dipende forse dal fatto che, di solito, chi ama le materie letterarie ha degli handicap nelle scientifiche e vice versa, da cui una qualche reciproca incomprensione...