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SCUOLA/ Mastrocola: salviamo Dante (e la libertà) dalla "dittatura" dei tecnocrati

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Ma perché è estremamente difficile misurare le conoscenze e le capacità di comprensione di una materia umanistica. Non chiedo tanto, vorrei solo che i tecnocrati facessero qualche eccezione ai loro test. Non è possibile valutare e certificare un apprendimento esperienziale su cose come la Divina Commedia. O facciamo un test, per la verità molto svilente, sulla grammatica, oppure, per favore, lasciamo fuori dalla nostra ansia di misurazione oggettiva il senso profondo delle grandi opere e dei grandi autori. Accettiamo che qualcosa sfugga. Capisco che cadano le cattedre e le carriere dei pedagogisti, ma non ostiniamoci a quantificare il non misurabile. 

Ma misurare è necessario. Per intervenire sulle lacune, per valutare una scuola, per valutare i docenti che sono rimasti troppo tempo senza essere valutati e senza rispondere del loro operato. 

Misurare va bene se parliamo di problem solving o di materie tecnico-scientifiche, ma non può riguardare la letteratura, Leopardi e Pavese non sono “verificabili”. O meglio, dobbiamo accettare che l’“utilità” futura dello studio umanistico non sia verificabile dentro la scuola. La mia, non lo nascondo, è una specie di fede laica. Questa fede una volta c’era, era la stessa fede che induceva un ragioniere a studiare a memoria laDivina Commedia. Mio, padre, che era ragioniere, lo faceva, e nessuno verificava che cosa e come gli sarebbe poi servito nel fare ragioneria. Si credeva che i giovani, sapendo la Divina Commedia, sarebbero diventati ragionieri migliori! Migliori come uomini, e quindi di certo anche come ragionieri. Si trattava di una “fede”, appunto! 

Lei all’inizio ha ammesso di far parte di una minoranza destinata alla sconfitta. Se la possibilità di difendere il “suo” modo di fare scuola stesse nell’autonomia delle scuole libere, lei vi insegnerebbe?

Penso che l’autonomia non possa produrre alcuna effettiva libertà. Purtroppo c’è un’egemonia culturale, scolastica, ormai definita, imposta dai ministeri, dall’Europa. La realtà è questa e di fronte ad essa l’autonomia è serenamente impotente. So bene che il mio libro, in questo senso, è perfettamente inutile. È il frutto di un pensiero divergente. Mi basta. Un pensiero che deve continuare ad esserci, spero solo di non rimanere sola. Mi piacerebbe che lo Stato riservasse un binario speciale per treni diversi: il binario parallelo di una scuola statale alternativa. So che è un sogno, ma me lo faccia dire lo stesso. 

Perché continua ad insegnare? 

Una delle accuse che si fanno non al mio libro ma alla mia persona, è che io non ami il mio mestiere. Non è così: il nostro mestiere è bellissimo, si tratta di “passare” ai giovani i libri, le poesie, il pensiero dei grandi... In fondo penso che possiamo essere felici, soddisfatti anche al di là dei risultati effettivi dei nostri allievi. Quello che ci fa entrare in classe ogni giorno non è il fatto di ricevere una risposta immediata, ma il fatto che magari i giovani, nella loro vita futura, prenderanno in mano un libro e lo sapranno leggere. 

Una concezione «profetica». 

No. Torniamo all’idea di fede. Bisogna avere una grande fede in quello che uno fa; e una fede, mi pare, non ha bisogno di misurazioni oggettive. 

Come sono i suoi colleghi più giovani? 

Bravi e formati alle nuove tecnologie e pedagogie, ma andiamo molto d’accordo: non credono poi così tanto nei vuoti tecnicismi, hanno un’idea alta di cultura, e pensano che sia quella che devono trasmettere. 

(Federico Ferraù)



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COMMENTI
23/03/2011 - Nemmeno l'incanto della scienza si può misurare (Sergio Palazzi)

Non ho ancora letto "Togliamo il disturbo", consigliatomi anche da frequentatori di queste pagine, per la banale ragione che era dappertutto esaurito e attendevano il riordino. Il che mi pare un buon segno. Per leggerlo mi basterebbe il fatto che tra i problemi della scuola metta il "rodarismo", termine che per lungo tempo eravamo in pochi ad usare (venendo pure guardati male); sono curioso di vedere se l'accezione di Mastrocola è la stessa. Per imparare ad imparare il modo più semplice credo sia "imparare bene qualcosa": è la ragione per cui rivendico la superiorità culturale ed educativa dell'istruzione tecnica rispetto alla licealizzazione di massa (cfr. ottimi commenti di Pedrizzi). Tra le osservazioni nell'intervista mi colpisce un po' l'insistere su una differenza concettuale tra l'apprendimento di Dante o della scienza, e la relativa possibilità di valutazione. Se per apprendere la scienza si intende saper riportare a memoria degli pseudoenunciati ("Dalton dice che... Newton dice che...") o saper risolvere meccanicamente pile di esercizi numerici, non c'è differenza rispetto a chiedere in che verso di quale canto succede la tal cosa, o svolgere meccanici esercizi di grammatica. Ma quando vedo accendersi qualcosa negli occhi di chi capisce un principio chimico, provo la stessa sensazione di quando lo vedo ammutolire di fronte a Michelangelo: in entrambi i casi sono esperienze ineffabili che nessuna docimologia potrà mai imbrigliare. Non mi sembra ci sia contrapposizione.

 
23/03/2011 - "I professori" (Anna Di Gennaro)

Alla gentile prof.ssa Mastrocola consiglio vivamente la lettura del libro in oggetto, scritto da Aldo Ettore Quagliozzi, edito nel 2006 da Andrea Oppure e da me recensito liberamente, con vero piacere http://www.edscuola.it/archivio/antologia/recensioni/quagliozzi.htm Resta l'amaro dubbio ben espresso nella domanda posta dall'intervistatore: "Perché insegna?" Anzi - meglio - perchè continua ad insegnare?! Considerati i presupposti espressi e le risposte addotte, mi è sorta qualche legittima perplessità...

 
23/03/2011 - maggioranze silenziose (Antonio Servadio)

Non ho letto il libro, solo questo articolo. Di maggioranze silenziose ce ne sono, anche nella scuola. Quei silenzi hanno serie responsabilità verso quelle tendenze che l'autrice giustamente critica. Quando negli anni '60 qualcuno reclamava una scuola più dinamica e aperta, la generazione che ha sbagliato di più -a mio avviso- non è quella degli scalmanati, ma quella di chi sedeva dietro la cattedra e nel ministero. Coloro hanno fatto un bel minestrone, permettendo, e promuovendo che si gettasse via la NOZIONE assieme al NOZIONISMO: due cose veramente molto diverse. Inoltre contesto che la "resa" nelle materie non-letterarie siano tutte e sempre valutabili con scale numeriche. Non si confonda la misurabilità (ad es.) di una temperatura o di una concentrazione salina con la misurabilità di quel che sta accadendo nella testa dei discenti, che può prendere tempi diversi e seguire percorsi vari, esattamente come molti sono i possibili stili didattici ed i possibili programmi scientifici. Esorto ad abbandonare l'appiattimento di tutto quello che è "scientifico" su un piano radicalmente differente dal letterario. Questo atteggiamento dipende forse dal fatto che, di solito, chi ama le materie letterarie ha degli handicap nelle scientifiche e vice versa, da cui una qualche reciproca incomprensione...