BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SCUOLA/ Cara Mastrocola, la libertà e Gentile non vanno (più) d'accordo...

Pubblicazione:

Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Sulla pars destruens dell’intervista a Paola Mastrocola non si può che concordare. La scuola/le scuole stanno cessando da tempo di trasmettere il sapere. Sono diventate dei centri di socializzazione leggera. I ragazzi ci stanno benissimo, ma imparano sempre meno. Naturalmente, non dappertutto, non allo stesso modo, dipende dagli indirizzi e dai territori. Ciò che ormai è in crisi è la capacità delle generazioni adulte di passare il testimone ai loro figli. Il rischio è che questi, nello slancio della corsa a staffetta, oltrepassino il portatore del testimone, veloci, sì, ma a mani vuote verso il loro futuro. Che questo implichi una disruption drammatica della nostra civilizzazione va da sé. Tuttavia la pars destruens deve essere accompagnata da un’indagine rigorosa sulle cause e da una proposta di vie d’uscita. In caso contrario, appare ideologica e si presta, pertanto, a contestazioni del pari ideologiche.
Intanto, per la storia, è l’anno 1962, non il ’68, quello del passaggio alla scuola di massa. Ma già l’espressione “scuola di massa” è carica di ideologia: perché è formulata nel linguaggio ideologico dell’opposizione conservatrice del tempo all’unificazione della Scuola media, per un verso, e della sociologia americaneggiante degli anni sessanta, per l’altro. Come scriverà in Lettera a una professoressa don Milani, uscita postuma, il passaggio non era stato progettato per passare dalla scuola per le élites alla scuola di massa, ma alla scuola per ciascuno. La pretesa non era che si costruisse un’eccellenza di massa - ossimoro evidente - ma che il sistema scolastico costruisse un’offerta educativa, in grado di incontrare le domande, le intelligenze plurali e i talenti di ciascuno. Diventava di tutti, perché era per ciascuno.
La seconda rivoluzione industriale, in piena espansione dagli anni cinquanta, richiedeva il superamento delle tre scuole gentiliane (liceo, tecnici, professionali), rigorosamente incomunicabili come canne d’organo, per passare a quelle che oggi si definiscono “competenze-chiave” o “di cittadinanza” per ciascuno e poi consentire a ciascuno di seguire liberamente la propria vocazione: dal fare il filologo classico all’aggiustare auto, avendo garantiti i fondamenti della formazione umana. Questa trasformazione del sistema non si è realizzata ancora oggi!



  PAG. SUCC. >


COMMENTI
29/03/2011 - Hic sunt leones (Marina Fisicaro)

Insegno in un liceo classico le materie più amate e al tempo stesso più odiate dagli alunni, latino e greco. In questi anni ho mio malgrado assistito al degrado della scuola e forse è arrivato il momento che qualcosa cambi, ma sul serio, in quanto è improponibile continuare con un modello di scuola che non si classifica né per essere efficace, né efficiente. La realtà scolastica di un liceo classico, di provincia, come quello in cui io insegno è sicuramente diversa dalle altre realtà, ma in ogni caso, stiamo pur sempre giocando al “ribasso”. Noi che tipo di scuola vogliamo? Nel 2005 a Roma, in occasione della Conferenza nazionale sugli apprendimenti di base, Andreas Schleicher ha svolto un intervento per discutere i risultati italiani Pisa 2003, mettendo al centro l’insegnamento-apprendimento, la motivazione e l’impegno, puntando all’autonomia e alla responsabilizzazione delle scuole in modo da rispondere all’eterogeneità degli studenti. Forse per modificare il sistema scuola bisognerebbe riappropriarsi di due termini come humanitas, l’attenzione allo studente come persona, non a caso in Finlandia e in Svezia, fino al 40% del curricolo è personalizzato e c’è un notevole sostegno per i singoli studenti, offrendo opportunità eque di apprendimento e di riuscita e, come boni cives, adulti dotati di buon senso e di speranza per la professione, perché trasmettere sapere ai giovani è come spalancare una porta sul loro futuro e farli innamorare del sapere.

 
26/03/2011 - Le invasioni barbariche (Antonella Paolillo)

Sono arrivati i barbari, come scriveva Baricco in un saggio di qualche anno fa. Non sappiamo quando è cominciata, ma possiamo dire con certezza che l'invasione è stata rapida e capillare. E la scuola come reagisce? Attacca, commercia o tira su un muro? Secondo alcuni (Mastrocola non è una voce isolata) è urgente tirar su un muro poderoso che difenda i pochi ancora salvabili dal contagio barbarico. Peccato: l'orologio della storia non può andare all'indietro, ci troviamo nel bel mezzo di una trasformazione profonda nella trasmissione di valori e di saperi. Come scrive Cominelli, siamo di fronte ad una questione di fondo elusa da decenni: cosa vogliamo dalla scuola? E, aggiungo, come possiamo tradurre per i ragazzi di oggi il patrimonio di cultura che abbiamo ricevuto e amato, in un mondo di molte culture? Se questo modello di scuola non tiene più, si trovi il coraggio, laicamente, di metterlo in discussione. Forse desacralizzare la scuola aiuterebbe a trovare soluzioni più efficaci, un po' più a misura di studenti, famiglie, insegnanti, con meno sofferenza di tutti.

 
24/03/2011 - grazie (emilio molinari)

Davvero bisogna ringraziare la lucidità di analisi di Cominelli: al contrario di molti che ne parlano per sentito dire ho letto, sottolineato, appuntato il libro della Mastrocola e mi ritrovo in tutto quello che oggi sostiene appunto Cominelli. In troppe occasioni quando si parla di scuola sembra sfuggire il fatto che si tratta di "un elemento" tra i molti dell'assetto sociale e politico del paese; così si producono letture dei vari fenomeni "scuolacentriche" come se tutto uscisse da lì. Dal suicidio drammatico di un adolescente alla diffusa abitudine a ragionare per immagini televisive alla scarsa propensione alla lettura, tutto nace dalle aule scolastiche. Preferiamo poi ragionare per schemi: reazionari contro prograssisti, destra e sinistra, sessantottini e rampanti, umanesimo e scientificità. Mentre in Europa si cerca di superare una crisi diffusa della vecchia istituzione centralistica dell'educazione noi preferiamo vagheggiare un ritorno alla serietà (ma quale?) o ipotizzare orizzonti tecnologici risolutivi (inseguiremo i nativi digitali?). Mi pare invece che davvero non si chiaro che cosa vuole questa Italia dalla scuola: dopo aver insegnato per 36 anni nei "tecnici" ed ai "serali" rivendico l'idea che un buon geometra possa e debba avere cultura, sensibilità artistica ed apprezzare Pirandello, che lo studio possa essere indipendente dalla classe d'età perchè la vera sfida è progettare un sistema in cui anche in pensione si possa apprezzare Leopardi e Dante.