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SCUOLA/ Cara Mastrocola, la libertà e Gentile non vanno (più) d'accordo...

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Oggi: allorché il bisogno di Life Long Learning e di Life Wide Learning si è accentuato e raffinato, mentre le istanze di libera costruzione del Sé sono divenute più stringenti. Perché il sistema Casati-Gentile non cambia? Perché è ancora il più condiviso. La ragione decisiva, che ha unito l’amministrazione scolastica, gli insegnanti, le famiglie, i grandi giornali, la politica, i ministri e, udite! udite! anche i movimenti studenteschi del ’68, è stata che tutti quanti abbiamo gentilianamente considerato che la più autentica educazione dell’uomo e del cittadino potesse avvenire solo nel liceo. La formazione dell’uomo passa attraverso l’assimilazione dei classici della filosofia e della letteratura greca e latina; i classici sono scritti in greco e latino; dunque solo nel liceo...
Si pensò di superare l’elitismo gentiliano attraverso una liceizzazione universale, che fu chiesta nell’autunno del 1970 a Frascati dai rappresentanti dei movimenti studenteschi al ministro Misasi. L’istruzione tecnica e professionale, l’esperienza lavorativa e artigianale non erano considerati, neppure dalla sinistra marxista, formazione dell’uomo e del cittadino. Perché preparavano alla subordinazione all’organizzazione capitalistica del lavoro. I quadri rivoluzionari venivano dai licei, solo qualche rara avis dai luoghi di lavoro. Ma lo stesso valeva per i movimenti cattolici studenteschi del tempo.
Ecco perché la rappresentazione dello scontro sulle riforme, oggi, tra chi vorrebbe la tecnocrazia e le competenze e chi invece la formazione umana integrale e le conoscenze è del tutto artificiosa, non rispecchia lo scontro reale. In realtà, esso si svolge tuttora tra un modello gentiliano imbastardito e quello della personalizzazione e della libertà dei percorsi, della valutazione/certificazione dei risultati, dell’autonomia radicale della governance delle scuole, della consegna dell’educazione dal centralismo statale alle forze plurali della società civile. A proposito della valutazione: suo scopo non è valutare l’utilità formativa e sociale di Dante o Leopardi, ma, più modestamente, di accertare se l’alunno e, eventualmente, i suoi insegnanti conoscano o no questi due grandi. Niente di più.



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COMMENTI
29/03/2011 - Hic sunt leones (Marina Fisicaro)

Insegno in un liceo classico le materie più amate e al tempo stesso più odiate dagli alunni, latino e greco. In questi anni ho mio malgrado assistito al degrado della scuola e forse è arrivato il momento che qualcosa cambi, ma sul serio, in quanto è improponibile continuare con un modello di scuola che non si classifica né per essere efficace, né efficiente. La realtà scolastica di un liceo classico, di provincia, come quello in cui io insegno è sicuramente diversa dalle altre realtà, ma in ogni caso, stiamo pur sempre giocando al “ribasso”. Noi che tipo di scuola vogliamo? Nel 2005 a Roma, in occasione della Conferenza nazionale sugli apprendimenti di base, Andreas Schleicher ha svolto un intervento per discutere i risultati italiani Pisa 2003, mettendo al centro l’insegnamento-apprendimento, la motivazione e l’impegno, puntando all’autonomia e alla responsabilizzazione delle scuole in modo da rispondere all’eterogeneità degli studenti. Forse per modificare il sistema scuola bisognerebbe riappropriarsi di due termini come humanitas, l’attenzione allo studente come persona, non a caso in Finlandia e in Svezia, fino al 40% del curricolo è personalizzato e c’è un notevole sostegno per i singoli studenti, offrendo opportunità eque di apprendimento e di riuscita e, come boni cives, adulti dotati di buon senso e di speranza per la professione, perché trasmettere sapere ai giovani è come spalancare una porta sul loro futuro e farli innamorare del sapere.

 
26/03/2011 - Le invasioni barbariche (Antonella Paolillo)

Sono arrivati i barbari, come scriveva Baricco in un saggio di qualche anno fa. Non sappiamo quando è cominciata, ma possiamo dire con certezza che l'invasione è stata rapida e capillare. E la scuola come reagisce? Attacca, commercia o tira su un muro? Secondo alcuni (Mastrocola non è una voce isolata) è urgente tirar su un muro poderoso che difenda i pochi ancora salvabili dal contagio barbarico. Peccato: l'orologio della storia non può andare all'indietro, ci troviamo nel bel mezzo di una trasformazione profonda nella trasmissione di valori e di saperi. Come scrive Cominelli, siamo di fronte ad una questione di fondo elusa da decenni: cosa vogliamo dalla scuola? E, aggiungo, come possiamo tradurre per i ragazzi di oggi il patrimonio di cultura che abbiamo ricevuto e amato, in un mondo di molte culture? Se questo modello di scuola non tiene più, si trovi il coraggio, laicamente, di metterlo in discussione. Forse desacralizzare la scuola aiuterebbe a trovare soluzioni più efficaci, un po' più a misura di studenti, famiglie, insegnanti, con meno sofferenza di tutti.

 
24/03/2011 - grazie (emilio molinari)

Davvero bisogna ringraziare la lucidità di analisi di Cominelli: al contrario di molti che ne parlano per sentito dire ho letto, sottolineato, appuntato il libro della Mastrocola e mi ritrovo in tutto quello che oggi sostiene appunto Cominelli. In troppe occasioni quando si parla di scuola sembra sfuggire il fatto che si tratta di "un elemento" tra i molti dell'assetto sociale e politico del paese; così si producono letture dei vari fenomeni "scuolacentriche" come se tutto uscisse da lì. Dal suicidio drammatico di un adolescente alla diffusa abitudine a ragionare per immagini televisive alla scarsa propensione alla lettura, tutto nace dalle aule scolastiche. Preferiamo poi ragionare per schemi: reazionari contro prograssisti, destra e sinistra, sessantottini e rampanti, umanesimo e scientificità. Mentre in Europa si cerca di superare una crisi diffusa della vecchia istituzione centralistica dell'educazione noi preferiamo vagheggiare un ritorno alla serietà (ma quale?) o ipotizzare orizzonti tecnologici risolutivi (inseguiremo i nativi digitali?). Mi pare invece che davvero non si chiaro che cosa vuole questa Italia dalla scuola: dopo aver insegnato per 36 anni nei "tecnici" ed ai "serali" rivendico l'idea che un buon geometra possa e debba avere cultura, sensibilità artistica ed apprezzare Pirandello, che lo studio possa essere indipendente dalla classe d'età perchè la vera sfida è progettare un sistema in cui anche in pensione si possa apprezzare Leopardi e Dante.