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SCUOLA/ Cara Mastrocola, la libertà e Gentile non vanno (più) d'accordo...

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

In ogni caso, il modello della personalizzazione è culturalmente minoritario, si sta facendo strada, a fatica, solo nei Paesi europei. Mastrocola vuole tornare al liceo serio, mostrando di condividere il presupposto fondamentale del gentilianesimo: che la formazione integrale dell’uomo e del cittadino si possa ottenere solo nel liceo. Non è minimamente sfiorata dall’idea che la formazione integrale dell’uomo e del cittadino è un diritto di ciascuno, quale che sia il suo punto di partenza socio-culturale, e che il sistema di istruzione si deve attrezzare/rivoluzionare per rispondere a questa necessità/domanda, senza passare necessariamente dal liceo. Perché non dall’Istruzione professionale? Dopo tutto, non è necessario conoscere il greco per leggere Euripide. Al contrario, sembra dire: la struttura dell’offerta è questa e non si cambia, siete liberi di accedervi o di allontanarvi. Libertà che nessuno può concedere, se la stanno già prendendo.
Dietro questo rifiuto di cambiare, sta una metafisica occulta, che viene da lontano: l’idea che non è la società, nella pluralità delle sue articolazioni, a definire l’asse culturale e formativo - visto che la società, le famiglie, la politica sono i committenti effettivi - ma è la scuola stessa, cioè lo Stato-amministrazione, che definisce l’asse antropologico-educativo, cui la società, le famiglie, gli alunni si debbono attenere. È l’idea della “scuola-santuario” della verità, del sapere, del logos, che viene dalla Ratio studiorum e che i giacobini hanno decapitato della testa religiosa, mantenendo tuttavia l’idea della sacralità della scuola laico-repubblicana.
Il sociologo francese F. Dubet ha recentemente tematizzato questa controintuitiva filiazione. Non stupisce la convergenza di settori minoritari del mondo cattolico con questa idea laico-gentiliana della “scuola-tempio”, purché, si intende, “il tempio” resti sotto il controllo ideologico delle vestali a ciò deputate. Vestali, ahimè, di un lucignolo spento. Né la Mastrocola sembra minimamente interrogarsi sul modello alienante di organizzazione-trasmissione taylorista del sapere, organizzato in discipline, in materie, in ore e anni di classe, in cui si entra e si sta per rigorosa corrispondenza biunivoca tra classe di età e classe scolastica.



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COMMENTI
29/03/2011 - Hic sunt leones (Marina Fisicaro)

Insegno in un liceo classico le materie più amate e al tempo stesso più odiate dagli alunni, latino e greco. In questi anni ho mio malgrado assistito al degrado della scuola e forse è arrivato il momento che qualcosa cambi, ma sul serio, in quanto è improponibile continuare con un modello di scuola che non si classifica né per essere efficace, né efficiente. La realtà scolastica di un liceo classico, di provincia, come quello in cui io insegno è sicuramente diversa dalle altre realtà, ma in ogni caso, stiamo pur sempre giocando al “ribasso”. Noi che tipo di scuola vogliamo? Nel 2005 a Roma, in occasione della Conferenza nazionale sugli apprendimenti di base, Andreas Schleicher ha svolto un intervento per discutere i risultati italiani Pisa 2003, mettendo al centro l’insegnamento-apprendimento, la motivazione e l’impegno, puntando all’autonomia e alla responsabilizzazione delle scuole in modo da rispondere all’eterogeneità degli studenti. Forse per modificare il sistema scuola bisognerebbe riappropriarsi di due termini come humanitas, l’attenzione allo studente come persona, non a caso in Finlandia e in Svezia, fino al 40% del curricolo è personalizzato e c’è un notevole sostegno per i singoli studenti, offrendo opportunità eque di apprendimento e di riuscita e, come boni cives, adulti dotati di buon senso e di speranza per la professione, perché trasmettere sapere ai giovani è come spalancare una porta sul loro futuro e farli innamorare del sapere.

 
26/03/2011 - Le invasioni barbariche (Antonella Paolillo)

Sono arrivati i barbari, come scriveva Baricco in un saggio di qualche anno fa. Non sappiamo quando è cominciata, ma possiamo dire con certezza che l'invasione è stata rapida e capillare. E la scuola come reagisce? Attacca, commercia o tira su un muro? Secondo alcuni (Mastrocola non è una voce isolata) è urgente tirar su un muro poderoso che difenda i pochi ancora salvabili dal contagio barbarico. Peccato: l'orologio della storia non può andare all'indietro, ci troviamo nel bel mezzo di una trasformazione profonda nella trasmissione di valori e di saperi. Come scrive Cominelli, siamo di fronte ad una questione di fondo elusa da decenni: cosa vogliamo dalla scuola? E, aggiungo, come possiamo tradurre per i ragazzi di oggi il patrimonio di cultura che abbiamo ricevuto e amato, in un mondo di molte culture? Se questo modello di scuola non tiene più, si trovi il coraggio, laicamente, di metterlo in discussione. Forse desacralizzare la scuola aiuterebbe a trovare soluzioni più efficaci, un po' più a misura di studenti, famiglie, insegnanti, con meno sofferenza di tutti.

 
24/03/2011 - grazie (emilio molinari)

Davvero bisogna ringraziare la lucidità di analisi di Cominelli: al contrario di molti che ne parlano per sentito dire ho letto, sottolineato, appuntato il libro della Mastrocola e mi ritrovo in tutto quello che oggi sostiene appunto Cominelli. In troppe occasioni quando si parla di scuola sembra sfuggire il fatto che si tratta di "un elemento" tra i molti dell'assetto sociale e politico del paese; così si producono letture dei vari fenomeni "scuolacentriche" come se tutto uscisse da lì. Dal suicidio drammatico di un adolescente alla diffusa abitudine a ragionare per immagini televisive alla scarsa propensione alla lettura, tutto nace dalle aule scolastiche. Preferiamo poi ragionare per schemi: reazionari contro prograssisti, destra e sinistra, sessantottini e rampanti, umanesimo e scientificità. Mentre in Europa si cerca di superare una crisi diffusa della vecchia istituzione centralistica dell'educazione noi preferiamo vagheggiare un ritorno alla serietà (ma quale?) o ipotizzare orizzonti tecnologici risolutivi (inseguiremo i nativi digitali?). Mi pare invece che davvero non si chiaro che cosa vuole questa Italia dalla scuola: dopo aver insegnato per 36 anni nei "tecnici" ed ai "serali" rivendico l'idea che un buon geometra possa e debba avere cultura, sensibilità artistica ed apprezzare Pirandello, che lo studio possa essere indipendente dalla classe d'età perchè la vera sfida è progettare un sistema in cui anche in pensione si possa apprezzare Leopardi e Dante.