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SCUOLA/ 2. L'ortografia aiuta i figli della "società liquida" più del pc

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Queste righe, più che una presentazione di un libro, già comparsa peraltro sul Corriere della Sera del 21 febbraio e ripresa il 25 febbraio dalla prestigiosa firma di Cesare Segre, vogliono essere un atto di gratitudine per il coraggio gentile, finemente umanistico e nobilmente agguerrito con cui Paola Mastrocola nel suo ultimo libro lancia con più forza ancora il suo grido di allarme per il destino delle giovani generazioni. Un accorato struggimento traspare da ogni pagina che non saprei caratterizzare se non con la virgiliana pietas, la coscienza netta della sacralità della realtà, del desiderio e del destino dei ragazzi.
In fine veritas: il finale del libro mi pare riveli il fine profondo di questo pamphlet, ovvero una difesa appassionata del desiderio e della giovinezza come promessa. Almeno così l’ho letto io. Da qui l’amorevole quanto ostinata cura perché quel desiderio e quella promessa non siano mistificate, ridotte, tradite. Nulla di pietistico né di paternalistico: la descrizione della giornata-tipo di Dedo Cardo si fa impietosa descrizione della disarmante centrifugazione della coscienza (mens: intelletto e affezione, no?) cui sono quotidianamente consegnati i nostri ragazzi nella “società liquida” di oggi. Dal che si capisce che la scuola e le parole d’ordine di quel mondo riflettono la società in quanto tale, in cui si riscontra ovunque l’incapacità a consegnare alle giovani generazioni uno zaino carico di ipotesi di senso da verificare nella propria esperienza.
Possiamo chiamarla cultura? - umanistica, dell’uomo che riflette su sé e il mondo, e non appena un circoscritto ambito disciplinare, come traspare dagli innumerevoli esempi del libro -. Quel grande tradito non genetico (se ricordo bene un’affermazione del prof. B. Uspenkij) con cui l’adulto accompagna il giovane nell’avventurosa scoperta del giardino dell’essere, che, come ci ricorda Adamo, comincia col dare il nome alle cose. Chiamarle col loro nome, per cui gli errori categoriali - nella produzione scritta, per esempio, che noi insegnanti vediamo tutti i giorni - non sono imprecisioni lessicali, ma “disordini del pensiero”, come ci fa notare l’autrice con disarmante semplicità. «Si tratta della mente, non della grammatica: di un vuoto strutturale, quindi (quindi!) grammaticale, linguistico».



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