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SCUOLA/ 2. L'ortografia aiuta i figli della "società liquida" più del pc

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Il lettore è innanzitutto dolcemente portato a toccare con mano la tragicomica rappresentazione di un’assurda quotidianità scolastica (liceale), cui da un ventennio almeno ci siamo assurdamente abituati, conformati, fino a giustificarla, rendendola necessariamente ovvia. Anzi esibendola come la realizzazione delle magnifiche sorti e progressive, con quei “discorsi che accrescono la persuasione” ovvero l’inabilità a intendere quelle “sottigliezze metafisiche che una moltitudine non ci arriva”. Temo tuttavia, che la dichiarazione che il re sia nudo suoni ai più talmente incredibile e ripugnante - poiché “culturalmente scorretta”, come osa scrivere l’autrice - che “’ntender no la può chi no la prova”.
Trovo in particolare meravigliosa l’analisi testuale e linguistica delle direttive che dalle istituzioni europee giù giù per ministeri, commissioni e autorità varie - “saggi” per tutti i gusti e tutte le stagioni, che fanno decisamente rimpiangere i soli sette dell’antica Grecia - allagano il buon senso comune di insegnanti e genitori - come lo slogan quasi orwelliano del “diritto al successo formativo”. Di questa neolingua si mostra l’inconsistenza referenziale, la vacuità sentimental-psicologistica, l’arroganza normativa da statalismo etico, che riduce l’uomo entro un rigido orizzonte animal-edonistico e funzional-produttivo, falsamente efficientistico. Imperdibili le pagine sui minotauri («invisibili, imprendibili tecnocrati, signori delle nuove tecnologie e strategie pedagogiche [...] che abitano [...] i ministeri di tutta Europa e l’Europa nel suo centro») e le CAC (sic!).
Di statura pasoliniana quindi l’onestà intellettuale con cui l’autrice denuncia - certamente non da posizioni “reazionarie”, classiste ecc. - «un’impalpabile atmosfera, fatta di opinioni diffuse, luoghi comuni e un moralismo perbenista-progressista. Qualcosa [...] di meno che una vera e propria ideologia: “un’aria di sinistra”, un certo sapore di progressismo allargato e sparso [...], un progressismo di maniera univoco e leggermente totalitario. [...] Un comune sentire, un conformismo mentale da benpensanti buoni e corretti, impossibile da contrastare» (p. 131).



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