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SCUOLA/ 2. L'ortografia aiuta i figli della "società liquida" più del pc

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Che cosa si è perso, che cosa c’è in gioco? Se la scuola non è un luogo di conoscenza, ma di istruzione (un termine che mi ricorda orrendamente il linguaggio-macchina), è perché non c’è più una realtà da conoscere: parafrasando un famoso adagio non ci sono più fatti, solo “operazioni” (cfr. pp. 141-143). Non è più l’era dell’homo sapiens (che conosce, afferra il senso delle res) ma dell’homo zappiens! (p. 173, p.es.) L’autrice ci incalza continuamente, esplicitamente e implicitamente: siamo proprio sicuri che l’esigenza dell’uomo sia solo di adeguarsi ad un meccanismo sociale, economico, produttivo? Dietro le molteplici, cortesi ma impietose descrizioni di vita (scolastica e non) si sente il fiato corto e amaro della triforme idolatria icasticamente stigmatizzata già dal poeta Eliot (Usura, Lussuria, Potere).
Questa lettura, irriducibilmente ricca di dettagli, mi ha restituito con forza alcune grandi parole, non dette esplicitamente ma credo sottese a ogni pagina - mi perdoni l’autrice se paio aver, come dicono i tedeschi, überinterpretiert, ma ognuno legge con gli occhi della propria esperienza. Realtà: essa c’è prima di me, che sono desiderio che la realtà desta: inter-esse. Sono quindi proiettato a conoscere ciò che mi provoca, cioè capire e amare (lo studium!), ma non so come. Ecco che l’esperienza di un altro si rivela decisiva per imparare non “a imparare” (si veda l’esopiano apologo del gatto e del topo, p. 139) ma a conoscere, capire e amare: licet ancora chiamarlo maestro? Che sia l’insegnante e con lui perché no, Carlo Martello, nel canto VIII del Paradiso (p. 121).
L’esperienza di un rapporto siffatto, consegnandomi un’ipotesi mi fa crescere (augēre) in consapevolezza e quindi in domanda: dantescamente, maestro e autore, auctoritas. E infine la libertà: nessuno può volere il mio bene, la mia crescita al mio posto, come sa chi per quella libertà vita rifiuta. Da qui la proposta provocatoria e discutibile (nel senso etimologico, offerta alla discussione) della terza parte del libro, che oltre ad avere il merito di esserci - è facile accusare la cattiveria dei tempi e basta - ha anche quello ancor più grande di rimettere al centro dell’educazione la libertà: di fare una proposta (insegnante) e di aderirvi (studente). Per questo farei un’unica correzione grafica in copertina: sposterei la sottolineatura del sottotitolo («Saggio sulla libertà di non studiare») da “non” a “libertà”.



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