BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SCUOLA/ La nuova "alleanza" tra nativi digitali e prof può cambiare la scuola

Pubblicazione:

Foto: Fotolia  Foto: Fotolia

È ormai quasi retorico dire che le tecnologie digitali hanno trasformato il modo di comunicare, organizzare la vita, gestire informazioni e lavorare, perché tutti ormai lo constatiamo quotidianamente. La tecnologia è ovunque, e la sua repentina evoluzione, amplificata dal proliferare di sempre nuovi devices e applicazioni, consente di essere sempre connessi con la Rete in qualunque posto ci si trovi. Le parole chiave, oggi, sono connettività e portabilità.
Se però è vero che la tecnologia è ovunque e ha trasformato la nostra vita, così non è per la scuola che è rimasta pressoché impermeabile al fenomeno. Eppure proprio le conseguenze della pervasività delle tecnologie nella vita dei più giovani chiedono all’istituzione scolastica, e ai suoi insegnanti, di interrogarsi su come interpretare la propria missione educativa. La scuola si trova di fronte a importanti questioni che mettono in discussione alcuni capisaldi fondamentali, non ultime le teorie psicopedagogiche fino ad ora in voga nella scuola e la funzione democratica del sistema scolastico.
Quanto al primo aspetto basti far cenno a come la diffusione delle tecnologie mal si coniughi con una impostazione frontale della didattica, ridefinendo i contorni del rapporto docente-studente e, più in fondo, l’idea di “scuola” intesa come luogo fisico privilegiato per la trasmissione del sapere e l’insegnamento e la costruzione delle conoscenze. L’insegnante non è più l’unico depositario del sapere. I giovani sono i veri esperti delle tecnologie: ne sanno molto di più dei loro genitori e dei loro insegnanti. A salire in cattedra in questo caso potrebbero essere proprio loro, i nativi digitali.
Inoltre il secondo digital divide - che non riguarda più il solo accesso ma le differenze d’uso - richiama la scuola a interpretare tra le altre anche una funzione di tipo democratico. Alla scuola, quindi, luogo deputato alla formazione di “cittadini” del mondo, viene chiesto di essere “ascensore” sociale capace di offrire eque opportunità per tutti. La domanda che ci poniamo è se studenti provenienti da ceti sociali più poveri possono colmare divario culturale e opportunità di successo attraverso una scuola maggiormente digitalizzata, affinché la diffusione delle tecnologie non li releghi ancor più – secondo la logica di una profezia autoavverantesi - in una vita infelice e poco soddisfacente.



  PAG. SUCC. >


COMMENTI
29/03/2011 - dubbi sulle "nuove" tecnologie (alberto cucchi)

Sono pienamente d'accordo con il prof. Israel. Parlare di "nativi digitali" vuol dire il più delle volte servirsi di un mito che non è supportato dalla realtà. Nella pratica didattica si scorge il più delle volte una fragilità degli allievi nelle attività che contano con le cosiddette "nuove tecnologie": il saper fare ricerca nella rete, saper selezionare le conoscenze accertate dalle fandonie che vengono propinate. I giovani, senza generalizzare, appaiono abili nella pratica ludica, in quello che i giochi elettronici il più delle volte sviluppano come capacità di reazione ad uno stimolo superficiale. Manca completamente una padronanza profonda delle tecnologie che vengono sfruttate nell'aspetto più evidentemente consumistico. La scuola deve entrare in contatto con questo mondo con un forte atteggiamento critico e di riflessione su queste opportunità. Ma la nuova intelligenza nascente dai nuovi strumenti potrà compensare la perdita di un modello di conoscenza e di ragionamento nato dal libro cartaceo, da una cultura alfabetica su cui è stato costruito il pensiero scientifico moderno?

 
28/03/2011 - Dio ne scampi (segue) (Giorgio Israel)

Io uso il computer massicciamente e invito i miei studenti a farlo, ma insegno loro come farlo in modo critico, e in funzione dell'acquisizione autonoma di conoscenza, non per costruire una "nuova" improbabile conoscenza. La lezione frontale non c'entra niente. Le peggiori lezioni frontali sono quelle di quei pedagogisti e "tecnici" della scuola (e dei cattivi professori che li seguono) che pontificano su come bisogna insegnare/apprendere, spiegano apoditticamente ex-cathedra (con argomenti infimi ma che, chissà perché, sono al di sopra di ogni valutazione) perché non bisogna insegnare ex-cathedra... Se l'alleanza deve farsi tra queste persone e gli studenti pigri che non accettano di leggere un testo più di lungo di dieci righe e preferiscono "smanettare", allora si tratta di un'alleanza perversa che produrrà soltanto terra bruciata.

 
28/03/2011 - Dio ne scampi (Giorgio Israel)

La faccenda dei nativi digitali è un'immensa bufala, forse inventata dai venditori di materiali informatici. Chi apprende a guidare un'auto a 18 anni diventa "nativo automobilistico". Mio padre che apprese a guidarla a 50 anni non vi riuscì mai bene. Chi apprende una lingua a partire da 3-4 anni diventa bilingue, chi inizia a 20 zoppicherà sempre. Io ho iniziato a usare i personal da quando sono usciti (metà anni ottanta) e sono un "nativo digitale" come i miei figli sebbene sia sessantenne... Il vero problema è di sostanza: come usare i computer nell'apprendimento (e vanno usati) in modo intelligente e tale da non frantumare la capacità di concentrazione dei ragazzi, la capacità di studiare, di pensare, di riflettere, di fermarsi su un concetto, di approfondire. Perché questo è il vero problema. Pensare di ridurre il sapere a un insieme di frammenti ricostruiti autonomamente attraverso pezzi di Wikipedia, appunti didattici disseminati in rete (e magari pieni di scempiaggini), lavori "di gruppo" allo schermo, sostituendo il portato della conoscenza che si è accumulata nel passato con una "repository" di materiali, è una pura e semplice opera di distruzione, e di coltivazione dell'ignoranza.

 
28/03/2011 - Ma esistono i "nativi digitali"? (Giorgio Ragazzini)

L’esperienza concreta mia e di tanti colleghi dice che molti ragazzi, in tutti gli ordini di scuola, sono parecchio imbranati nell’uso del computer o almeno nei programmi di scrittura, nell’uso della posta elettronica, spesso anche nella ricerca su internet. Una consistente minoranza non lo usa o non ce l’ha. È vero che ci sono i genietti, ma sono una minoranza. Se ci si riferisce a chi sta ore davanti ai giochi elettronici, forse si dovrebbe riadattare loro a un più sensato stile di vita, piuttosto che la scuola a quest’ultimo. Evidentemente le mie sono conoscenze empiriche parziali che non pretendono di sostituire serie ricerche. Ma da quelle citate dall’autore si ricava abbastanza da dare per scontata una nuova antropologia? A me pare che si venga costruendo un vero e proprio stereotipo, analogo a quello che della “lezione frontale”, condannata “a prescindere”, quando sappiamo benissimo che ci sono docenti che incantano e altri che annoiano, nonché lezioni frontali più o meno “interattive” e altre del tutto irrelate. Questa faccenda dei nativi digitali rischia di essere usata come slogan e sostituto dell’argomentazione e della concretezza del discorso sulla scuola.