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SCUOLA/ La nuova "alleanza" tra nativi digitali e prof può cambiare la scuola

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È a queste domande che cerca di rispondere il volume Un giorno di scuola nel 2020. Un cambiamento è possibile? della Fondazione per la Scuola, che contiene contributi originali di esperti autorevoli sul tema. Il volume fa il punto sulle evidenze scientifiche più recenti e mette in luce alcune consapevolezze - imprescindibili - da cui partire, perché la scuola sia più rispondente agli obiettivi e alle esigenze di apprendimento degli studenti, personalizzante, maggiormente focalizzata a sostenere le potenzialità di tutti i ragazzi.
Ma quali sono, allora, gli effetti delle tecnologie sul micro-sistema della relazione educativa? Chi sono, davvero, gli studenti che varcano oggi la soglia delle nostre scuole? Come hanno risposto scuole e insegnanti a queste ondate di cambiamento?
La ricerca scientifica ci consegna un quadro molto complesso. L’universo dei nativi digitali è sfaccettato e multiforme. Usando termini come net generation, digital natives, generazione post-1982, si rischia di dare corpo ad un modello stereotipato di studente, di fatto senza età, senza sesso, senza preferenze e valori. Gli esiti delle indagini sui New Millennium Learners (NML) del Ceri-Ocse mettono in luce questa disomogeneità. Innanzitutto esistono significative differenze di genere: se i ragazzi usano più frequentemente il computer, le ragazze lo utilizzano per elaborare testi, inviare sms ed e-mail, animare blog. Anche provenire da un contesto socioeconomico più favorevole determina sia un accesso maggiore alle tecnologie, sia un utilizzo amplificato e più proficuo.
Le tecnologie, poi, possono incidere sui processi cognitivi sottesi agli apprendimenti. È il caso dei contenuti a forte impatto emotivo che interferiscono sulla capacità di ricordare, mentre non esistono prove certe sugli effetti delle TIC sui risultati d’apprendimento che, invece, sembrano maggiormente connessi a un loro uso strategico. Infine va detto, come fa osservare Prensky (2010), uno dei maggiori esperti del settore, che gli studenti hanno vissuti e rappresentazioni mentali rispetto alle tecnologie che condizionano il loro approccio con la scuola e con l’apprendimento: in particolare, non tollerano più lezioni frontali e vogliono creare materiali con gli strumenti del loro tempo.



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COMMENTI
29/03/2011 - dubbi sulle "nuove" tecnologie (alberto cucchi)

Sono pienamente d'accordo con il prof. Israel. Parlare di "nativi digitali" vuol dire il più delle volte servirsi di un mito che non è supportato dalla realtà. Nella pratica didattica si scorge il più delle volte una fragilità degli allievi nelle attività che contano con le cosiddette "nuove tecnologie": il saper fare ricerca nella rete, saper selezionare le conoscenze accertate dalle fandonie che vengono propinate. I giovani, senza generalizzare, appaiono abili nella pratica ludica, in quello che i giochi elettronici il più delle volte sviluppano come capacità di reazione ad uno stimolo superficiale. Manca completamente una padronanza profonda delle tecnologie che vengono sfruttate nell'aspetto più evidentemente consumistico. La scuola deve entrare in contatto con questo mondo con un forte atteggiamento critico e di riflessione su queste opportunità. Ma la nuova intelligenza nascente dai nuovi strumenti potrà compensare la perdita di un modello di conoscenza e di ragionamento nato dal libro cartaceo, da una cultura alfabetica su cui è stato costruito il pensiero scientifico moderno?

 
28/03/2011 - Dio ne scampi (segue) (Giorgio Israel)

Io uso il computer massicciamente e invito i miei studenti a farlo, ma insegno loro come farlo in modo critico, e in funzione dell'acquisizione autonoma di conoscenza, non per costruire una "nuova" improbabile conoscenza. La lezione frontale non c'entra niente. Le peggiori lezioni frontali sono quelle di quei pedagogisti e "tecnici" della scuola (e dei cattivi professori che li seguono) che pontificano su come bisogna insegnare/apprendere, spiegano apoditticamente ex-cathedra (con argomenti infimi ma che, chissà perché, sono al di sopra di ogni valutazione) perché non bisogna insegnare ex-cathedra... Se l'alleanza deve farsi tra queste persone e gli studenti pigri che non accettano di leggere un testo più di lungo di dieci righe e preferiscono "smanettare", allora si tratta di un'alleanza perversa che produrrà soltanto terra bruciata.

 
28/03/2011 - Dio ne scampi (Giorgio Israel)

La faccenda dei nativi digitali è un'immensa bufala, forse inventata dai venditori di materiali informatici. Chi apprende a guidare un'auto a 18 anni diventa "nativo automobilistico". Mio padre che apprese a guidarla a 50 anni non vi riuscì mai bene. Chi apprende una lingua a partire da 3-4 anni diventa bilingue, chi inizia a 20 zoppicherà sempre. Io ho iniziato a usare i personal da quando sono usciti (metà anni ottanta) e sono un "nativo digitale" come i miei figli sebbene sia sessantenne... Il vero problema è di sostanza: come usare i computer nell'apprendimento (e vanno usati) in modo intelligente e tale da non frantumare la capacità di concentrazione dei ragazzi, la capacità di studiare, di pensare, di riflettere, di fermarsi su un concetto, di approfondire. Perché questo è il vero problema. Pensare di ridurre il sapere a un insieme di frammenti ricostruiti autonomamente attraverso pezzi di Wikipedia, appunti didattici disseminati in rete (e magari pieni di scempiaggini), lavori "di gruppo" allo schermo, sostituendo il portato della conoscenza che si è accumulata nel passato con una "repository" di materiali, è una pura e semplice opera di distruzione, e di coltivazione dell'ignoranza.

 
28/03/2011 - Ma esistono i "nativi digitali"? (Giorgio Ragazzini)

L’esperienza concreta mia e di tanti colleghi dice che molti ragazzi, in tutti gli ordini di scuola, sono parecchio imbranati nell’uso del computer o almeno nei programmi di scrittura, nell’uso della posta elettronica, spesso anche nella ricerca su internet. Una consistente minoranza non lo usa o non ce l’ha. È vero che ci sono i genietti, ma sono una minoranza. Se ci si riferisce a chi sta ore davanti ai giochi elettronici, forse si dovrebbe riadattare loro a un più sensato stile di vita, piuttosto che la scuola a quest’ultimo. Evidentemente le mie sono conoscenze empiriche parziali che non pretendono di sostituire serie ricerche. Ma da quelle citate dall’autore si ricava abbastanza da dare per scontata una nuova antropologia? A me pare che si venga costruendo un vero e proprio stereotipo, analogo a quello che della “lezione frontale”, condannata “a prescindere”, quando sappiamo benissimo che ci sono docenti che incantano e altri che annoiano, nonché lezioni frontali più o meno “interattive” e altre del tutto irrelate. Questa faccenda dei nativi digitali rischia di essere usata come slogan e sostituto dell’argomentazione e della concretezza del discorso sulla scuola.