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SCUOLA/ La nuova "alleanza" tra nativi digitali e prof può cambiare la scuola

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Per quanto riguarda le reazioni dei sistemi educativi e degli insegnanti, non si può negare il fatto che esista una resistenza generalizzata all’impiego delle tecnologie a scuola (Bottani, 2010), motivata fondamentalmente dalla difficoltà di assumere un diverso paradigma pedagogico-didattico che non consideri il docente come unico depositario delle conoscenze da trasmettere. Già in passato, altri media hanno sollecitato un ampio dibattito - e le conseguenti resistenze - rispetto al loro utilizzo nelle aule scolastiche e sulla possibile influenza negativa sui processi di apprendimento. Nel caso delle TIC c’è, però, una distinzione fondamentale da fare. Nessun altro media, prima d’ora, ha modificato la velocità e il modo con cui si elaborano le informazioni come hanno invece fatto le tecnologie digitali. Contemporaneamente, è la generazione post 1982 - come descritta poco sopra - a frequentare le nostre scuole oggi.
Due sono almeno le conseguenze. Da un lato, la profonda distanza tra quello che gli studenti vivono a scuola e le loro esperienze di tutti i giorni non può che contribuire ad alimentare un crescente senso di estraneità nei giovani alle proposte della scuola, con tutte le implicazioni che questo profondo gap generazionale e culturale può comportare. Senza però una relazione educativa significativa, in cui lo studente si sente riconosciuto pienamente, anche gli apprendimenti risultano più faticosi.
Secondariamente, vista la poliedricità dell’universo dei nativi digitali ciascuno studente svilupperà conoscenze, abilità e competenze diverse connesse all’impiego delle TIC. È alla scuola, allora, che spetta il compito di comprendere queste differenze per meglio personalizzare i propri interventi anche in una prospettiva “democratica”, finalizzata a contenere quella “seconda forma di digital divide” strettamente connessa con il capitale culturale, economico e sociale degli studenti.
Gli insegnanti, dal canto loro, sono un po’ in difficoltà, anche se non tutti. Infatti, nonostante la diffusa impermeabilizzazione della scuola alle tecnologie, non si può fare a meno di osservare che ci sono docenti che hanno intrapreso la strada dell’innovazione (e non solo quella segnata dall’utilizzo delle tecnologie nella didattica, ovviamente). Ed è su questi che si deve puntare e scommettere, perché le loro non rimangano esperienze isolate. In questa prospettiva, punti di osservazione a nostro avviso interessanti sono il livello di maturità digitale delle pratiche didattiche e l’investimento in formazione per gli insegnanti.



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COMMENTI
29/03/2011 - dubbi sulle "nuove" tecnologie (alberto cucchi)

Sono pienamente d'accordo con il prof. Israel. Parlare di "nativi digitali" vuol dire il più delle volte servirsi di un mito che non è supportato dalla realtà. Nella pratica didattica si scorge il più delle volte una fragilità degli allievi nelle attività che contano con le cosiddette "nuove tecnologie": il saper fare ricerca nella rete, saper selezionare le conoscenze accertate dalle fandonie che vengono propinate. I giovani, senza generalizzare, appaiono abili nella pratica ludica, in quello che i giochi elettronici il più delle volte sviluppano come capacità di reazione ad uno stimolo superficiale. Manca completamente una padronanza profonda delle tecnologie che vengono sfruttate nell'aspetto più evidentemente consumistico. La scuola deve entrare in contatto con questo mondo con un forte atteggiamento critico e di riflessione su queste opportunità. Ma la nuova intelligenza nascente dai nuovi strumenti potrà compensare la perdita di un modello di conoscenza e di ragionamento nato dal libro cartaceo, da una cultura alfabetica su cui è stato costruito il pensiero scientifico moderno?

 
28/03/2011 - Dio ne scampi (segue) (Giorgio Israel)

Io uso il computer massicciamente e invito i miei studenti a farlo, ma insegno loro come farlo in modo critico, e in funzione dell'acquisizione autonoma di conoscenza, non per costruire una "nuova" improbabile conoscenza. La lezione frontale non c'entra niente. Le peggiori lezioni frontali sono quelle di quei pedagogisti e "tecnici" della scuola (e dei cattivi professori che li seguono) che pontificano su come bisogna insegnare/apprendere, spiegano apoditticamente ex-cathedra (con argomenti infimi ma che, chissà perché, sono al di sopra di ogni valutazione) perché non bisogna insegnare ex-cathedra... Se l'alleanza deve farsi tra queste persone e gli studenti pigri che non accettano di leggere un testo più di lungo di dieci righe e preferiscono "smanettare", allora si tratta di un'alleanza perversa che produrrà soltanto terra bruciata.

 
28/03/2011 - Dio ne scampi (Giorgio Israel)

La faccenda dei nativi digitali è un'immensa bufala, forse inventata dai venditori di materiali informatici. Chi apprende a guidare un'auto a 18 anni diventa "nativo automobilistico". Mio padre che apprese a guidarla a 50 anni non vi riuscì mai bene. Chi apprende una lingua a partire da 3-4 anni diventa bilingue, chi inizia a 20 zoppicherà sempre. Io ho iniziato a usare i personal da quando sono usciti (metà anni ottanta) e sono un "nativo digitale" come i miei figli sebbene sia sessantenne... Il vero problema è di sostanza: come usare i computer nell'apprendimento (e vanno usati) in modo intelligente e tale da non frantumare la capacità di concentrazione dei ragazzi, la capacità di studiare, di pensare, di riflettere, di fermarsi su un concetto, di approfondire. Perché questo è il vero problema. Pensare di ridurre il sapere a un insieme di frammenti ricostruiti autonomamente attraverso pezzi di Wikipedia, appunti didattici disseminati in rete (e magari pieni di scempiaggini), lavori "di gruppo" allo schermo, sostituendo il portato della conoscenza che si è accumulata nel passato con una "repository" di materiali, è una pura e semplice opera di distruzione, e di coltivazione dell'ignoranza.

 
28/03/2011 - Ma esistono i "nativi digitali"? (Giorgio Ragazzini)

L’esperienza concreta mia e di tanti colleghi dice che molti ragazzi, in tutti gli ordini di scuola, sono parecchio imbranati nell’uso del computer o almeno nei programmi di scrittura, nell’uso della posta elettronica, spesso anche nella ricerca su internet. Una consistente minoranza non lo usa o non ce l’ha. È vero che ci sono i genietti, ma sono una minoranza. Se ci si riferisce a chi sta ore davanti ai giochi elettronici, forse si dovrebbe riadattare loro a un più sensato stile di vita, piuttosto che la scuola a quest’ultimo. Evidentemente le mie sono conoscenze empiriche parziali che non pretendono di sostituire serie ricerche. Ma da quelle citate dall’autore si ricava abbastanza da dare per scontata una nuova antropologia? A me pare che si venga costruendo un vero e proprio stereotipo, analogo a quello che della “lezione frontale”, condannata “a prescindere”, quando sappiamo benissimo che ci sono docenti che incantano e altri che annoiano, nonché lezioni frontali più o meno “interattive” e altre del tutto irrelate. Questa faccenda dei nativi digitali rischia di essere usata come slogan e sostituto dell’argomentazione e della concretezza del discorso sulla scuola.