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SCUOLA/ Latinisti a zonzo? Meglio pasticcieri, purché educati...

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Che l’intelligenza possa esprimersi attraverso molteplici strade e modalità, e che tutto sommato possa essere altrettanto utile al mondo - e dignitoso per la persona - diventare un bravo artigiano o un avvocato, è un concetto ad essi totalmente estraneo. È probabilmente questa la ragione (i dati di questi giorni relativi alle iscrizioni lo confermano) per cui i licei si “gonfiano” sempre più, mentre i tecnici e i professionali stentano, nonostante le pressioni del Miur, delle associazioni di categoria e le nuove possibilità introdotte da alcuni decreti, in particolare quelli che hanno istituito i percorsi di IeFP (istruzione e formazione professionale). È questa la ragione, inoltre, per cui assistiamo nelle superiori al 12% di abbandoni a conclusione del primo anno senza iscrizione all’anno successivo, con un ulteriore 3,4% alla fine del secondo anno...

 

In sintesi, paghiamo il dazio ad una concezione intellettualistica dell’educazione e della cultura che considera il lavoro manuale - per intenderci quello che ha reso grande l’Italia nel mondo, con le sue piccole e medie imprese artigiane - una forma di subalternità culturale e di arretratezza sociale. È una concezione, questa, che ha avuto la sua investitura ufficiale con l’istituzione della scuola media unica (L.1859/62), che abolì le scuole di avviamento professionale in nome di una pretesa uguaglianza di classe e di opportunità per tutti, senza tenere conto che, come diceva Aristotele, “non c’è ingiustizia più grande del rendere uguali cose che sono diseguali” ...Non è forse più ragionevole, poiché tanti giovani imparano meglio dedicandosi ad attività pratiche, offrire loro la possibilità di percorsi idonei a sviluppare talenti e attitudini diverse, magari introducendoli progressivamente al lavoro?

 

Nei giorni scorsi, sempre nell’ambito del già citato dibattito, è apparso un articolo di Ferdinando Camon su Avvenire (“Non studiare non va bene”, 23 febbraio 2011) che, riportando il dialogo avuto con un “ottimo” posatore (felice perché “arrivato” ed economicamente appagato, ma disinteressato a tutto quanto accadeva intorno a lui) rispondeva così alla mia domanda (e alla Mastrocola): «non si può vivere senza interrogarsi sulla vita, non si può stare in una società senza sapere come funziona, non si può vedere un film come se fosse un fumetto: non è questione di “tenore” di vita, ma di “qualità” della vita. Per questo serve la cultura, cioè lo studio. Lo studio sta al vivente come la medicina al malato».



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COMMENTI
04/03/2011 - cultura e manualità (attilio sangiani)

Già in altra occasione ho espresso la mia convinzione, corroborata dalla mia esperienza di ex studente-lavoratore: studi classici, laurea in giurisprudenza, avvocatura, docenza, magistratura, pensione; contemporaneamente non ho abbandonato attività manuali, da quando facevo il pasticcere, il barista, l'elettricista, ecc., prima per vivere e studiare, poi come volontariato, in famiglia e nella società. Non solo non vedo contrasto fra la manualità e il "latino", ma l'una aguzza l'altro e viceversa. Il problema è come conciliarli negli anni della scuola e dopo; la vera cultura è per tutti, per nutrire l'anima, ma non deve essere illusoriamente la via per il "guadagno". "Carmina non dant panem".... Mio padre faceva il pasticcere e cantava a memoria il repertorio delle opere liriche, recitava Dante, leggeva Manzoni, Papini, Iginio Giordani,... San Paolo evangelizzava e fabbricava tende per vivere...