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SCUOLA/ Prima di parlare di stipendi, diamo i soldi alle scuole che li meritano

Pubblicazione:

Silvio Berlusconi in un cantiere (Ansa). Che sia quello della scuola?  Silvio Berlusconi in un cantiere (Ansa). Che sia quello della scuola?

Torniamo ora alla pubblicazione degli esiti e alla “graduatoria” tra scuole. Mi pare di capire che, al di là degli abbagli di qualche commentatore, tutti si dica che gli esiti vanno resi pubblici, depurati dei condizionamenti socio-ambientali. Mi pare una linea di consenso preziosa, perché vuol dire condividere anche l’idea che l’Invalsi deve essere messo nella condizione di farlo, perché si tratta di un’operazione tecnicamente non semplice e certamente costosa, ma necessaria.

 

È in grado l’Invalsi di pubblicare subito gli esiti così depurati? Se sì, lo si faccia subito. Se non del tutto, lo si faccia per quanto possibile e al più presto. Se no, ci dica quali sono le condizioni per poterlo fare. Ma a che cosa serve pubblicare gli esiti così definiti? E come si fa a passare alla valutazione delle prestazioni individuali, che è assai più complicata?

 

Anche su questo credo forse esistano zone di accordo. Intanto, la necessità che le scuole “peggiori”, cioè quelle con il minore valore aggiunto a parità di contesto, siano oggetto di precise iniziative ministeriali: un intervento ispettivo, la richiesta di un piano di miglioramento corredato di risorse e con obiettivi misurabili in tempi medio-brevi e, in caso di non conseguimento di tali obiettivi, sanzioni che arrivino fino alla chiusura.

 

 Le scuole migliori potrebbero viceversa essere premiate lasciandole poi libere di utilizzare i fondi aggiuntivi nel modo autonomamente ritenuto più produttivo. Credo vadano presi seriamente in considerazione i pericolo di cui parla Anna Alemani , ma secondo me val la pena oggi di provare, anche perché mi pare che l’Italia non possa essere paragonata agli Usa per quanto riguarda l’utilizzo delle prove standardizzate per la misurazione e come punto di riferimento dei curricoli.

 

Quanto alla valutazione dei singoli docenti, certo l’opposizione degli insegnanti ha radici profonde e non tutte  nobili, ma se vogliamo cominciare a superarla forse la chiave sta proprio nel liberarci della logica per cui occorre fare una classifica in cui il “premio” tocca al 25 percento (o al 30, non importa) di chi fa lo stesso lavoro. Un’impresa disperata, foriera solo di immensi conflitti, che cerca di stabilire non se il prof. Rossi è “bravo” o no, ma se è più bravo del 75 percento dei suoi colleghi. Penso invece che occorrerebbe anche qui affidare ad una valutazione individuale obbligatoria il compito di individuare la fascia di chi proprio non è in grado di fare il mestiere di docente e, di converso, di chi è in grado di svolgere funzioni di coordinamento didattico, organizzativo e di sviluppo/ricerca, nella prospettiva della costruzione (rapida!) di una carriera docente. E in questa prospettiva gli indicatori potrebbero certamente anche essere costituiti da elementi di quella che è stata chiamata “reputazione professionale”.



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