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SCUOLA/ Prima di parlare di stipendi, diamo i soldi alle scuole che li meritano

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Silvio Berlusconi in un cantiere (Ansa). Che sia quello della scuola?  Silvio Berlusconi in un cantiere (Ansa). Che sia quello della scuola?

Per questo, nel corso della recente discussione, è stato chiesto in alcune sedi (dall’Andis in particolare, ma non solo) che si utilizzassero le (scarse) risorse prima di tutto per valutare le scuole, poi per sperimentare alcuni indicatori precisamente determinati di professionalità (perché, se non lo sono, i risultati della sperimentazione diventano incomparabili) senza indicare a priori percentuali di premiati. Tale proposta non è stata accettata, opponendo la considerazione che poi si sarebbe fatto all’italiana, come sempre, distribuendo le risorse a pioggia. Può darsi, e anche questo sarebbe stato un risultato della sperimentazione da analizzare. Intanto però si sarebbe avviata una ricerca-azione sulla validità degli indicatori proposti, capace di entrare nel merito e di scardinare per questa via i pregiudizi.

 

Ma tant’è. Vedremo come andrà a finire, e speriamo che le norme sulla carriera docente escano dai cassetti in cui giacciono, anche grazie ad una battaglia comune perché finalmente si investano risorse sulla professionalità docente come chiave di volta della qualità del servizio pubblico.

 

Ancora un altro elemento di possibile consenso: le modalità di reclutamento del personale, che debbono essere rese il più possibile omogenee all’interno del sistema paritario, nel senso che ci deve essere una modalità concorsuale (significa affidata a criteri trasparenti e non discriminatori), ma collocata il più vicina possibile a livello della singola scuola o delle reti scuola. Io credo che in un sistema rigorosamente valutato ciò sia non solo possibile, ma necessario, malgrado i rischi reali di clientelismo familistico o di cordata cui questo nostro paese è quotidianamente esposto. Ancora una volta, l’antidoto è una buona valutazione.

 

E perché l’antidoto non potrebbe invece essere costituito da una sana concorrenza, in un vero e proprio libero mercato dell’offerta formativa, come propone Giovanni Cominelli? Perché - e qui sta il dissenso di malgrado la suggestiva descrizione del suo modello ideale - non mi sembra affatto dimostrato che la “libera scelta” sia la chiave di volta per il miglioramento del sistema. Mi persuadono di più, invece, le tesi sostenute da sempre da Piero Cipollone secondo cui la “libera scelta” da un lato sia di fatto impraticabile - un modello astratto, appunto - e dall’altro non decisivo in termini di miglioramento del sistema formativo.



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