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SCUOLA/ Dov’è finito quel "debito d’amore" che i prof di lettere hanno perduto?

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Che fare, dunque perché la poesia, la letteratura possano rappresentare per i nostri ragazzi quella che Riccardo Bacchelli ne Il mulino del Po definiva una resurrezion di morti, e un legger loro la vita?

A questo proposito vi invito a leggere, o rileggere, il primo capitolo di un saggio del 1959 di George Steiner, recentemente ripubblicato da Garzanti, su Tolstoj o Dostoevskij. Sottotitolo: La critica letteraria dovrebbe scaturire da un debito d’amore. Sono le parole che aprono il saggio. Potremmo dire la stessa cosa del lavoro di un insegnante? Direi proprio di sì, tanto più se consideriamo quel che il grande critico aggiunge: poiché le grandi opere d’arte ci attraversano, in modo tale che quando “deponiamo un libro non siamo più quelli che eravamo prima di leggerlo”, il compito del critico, dell’insegnante aggiungo io, è quello di cercare di comunicare ai giovani la qualità e la forza della nostra esperienza. Steiner sostiene che proprio da questo sforzo di persuasione nascono le intuizioni più vere della critica, mentre la “maggior parte della critica contemporanea appartiene a tutt’altra tendenza.  Criptica, capziosa, esageratamente consapevole della sua discendenza filosofica e della complessità dei suoi strumenti, tende a seppellire più che a elogiare”.  

 

Che cosa ha determinato questa mortificazione della critica (o dell’insegnamento)? La risposta è sorprendente: “Siamo diventati dei relativisti penosamente consci del fatto che i principi critici sono solo tentativi di imporre periodici governi alla intrinseca mutevolezza del gusto”.

 

Il lavoro da fare è dunque semplice e al tempo stesso immenso. Esso ha a che fare con la ragione per cui qualcosa  merita d’essere scritto, letto e tramandato, e qualcos’altro no. Scrive ancora Steiner: “Tutto intorno a noi fiorisce un nuovo analfabetismo, l’analfabetismo di chi sa leggere singole parole, o parole di odio e di clamore, e non sa afferrare il significato della lingua quando si manifesta in tutta la sua bellezza o in tutta la sua verità. ‘Mi piacerebbe credere’, scrive uno dei migliori critici moderni (R. P. Blackmur, The Lion and the Honeycomb, New York, 1955) , ‘che esistano prove inoppugnabili della necessità, una necessità più acuta che mai nella nostra attuale società, che lo studioso e il critico (anche l’insegnante? nda) si dedichino entrambi a un compito particolare: il compito di mettere il pubblico nelle condizioni di una relazione di corrispondenza con l’opera d’arte’”.



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