Educazione
venerdì 1 aprile 2011
Dal 2003 a oggi, il numero di giovani che si iscrivono ai percorsi triennali di formazione professionale è passato da 20mila a 165mila, aumentando di ben otto volte (dati Sole 24 Ore, 28 marzo 2011). Una crescita evidentemente vertiginosa e, per di più, in controtendenza rispetto ad altri parametri di “gradimento” del sistema nazionale di istruzione, come quelli pubblicati in questi ultimi giorni da Tuttoscuola (“Studenti italiani quart’ultimi nel gradimento della scuola”, dati studio internazionale HBSC). Un incremento, tra l’altro, che ha portato questo tipo di percorso ad essere uno tra i canali previsti dalla legge per l’assolvimento dell’obbligo di istruzione fino ai 16 anni e del successivo diritto-dovere fino ai 18 anni. E i risultati confermano la bontà di questa scelta: con un successo formativo superiore al 60% in termini di occupazione o di rientro nel sistema scolastico, la formazione professionale concorre a combattere il fenomeno della dispersione scolastica e il dramma della disoccupazione giovanile, che è esplosa ormai come una vera e propria emergenza sociale. Eppure, in Emilia Romagna, tutto questo non basta per abbattere l’ideologia che vuole costringere i ragazzi a sedere dietro un banco di scuola superiore a dispetto di qualsiasi attitudine o capacità. In Emilia Romagna, alla già confusa situazione generata dalla riforma (che con il riordino dei percorsi quinquennali degli istituti professionali ha previsto la possibilità, per questi ultimi, di inserire al proprio interno anche i percorsi triennali precedentemente attivati solo dai CFP, creando così le condizioni per una situazione di concorrenza da posizioni di partenza fortemente diseguali...), si aggiunge una miope normativa regionale che impedisce a priori la possibilità di iscriversi ad un CFP in uscita dalla scuola secondaria di primo grado. Se un giovane volesse, in questa fortunata regione, frequentare un corso triennale di formazione, potrebbe farlo solo a condizione di iscriversi ad un istituto professionale e frequentare lì almeno il primo anno, seguendo un programma di cultura generale co-progettato dalla scuola insieme ad un CFP in regime di “sussidiarietà”. Solo successivamente, prosciolto dall’obbligo scolastico per motivi anagrafici, oppure perché promosso al secondo anno, lo studente avrebbe la possibilità di passare ad un corso realizzato esclusivamente presso un CFP.
Ho insegnato 38 anni in un istituto tecnico ed ora, pensionato ma irriducibile, nella formazione professionale. Quando, a metà degli annni 90, gli studenti medi furono costretti ad un anno nelle superiori, l'istruzione tecnica fu ferita gravemente, conoscendo da allora un improvviso e rapido declino. L'Emilia Romagna fa dunque, oggettivamente, grave torto alla qualità dell'istruzione superiore.
L'alto tasso di dispersione della Toscana non è affatto casuale. E' il frutto del cosiddetto "modello Toscano", sicuramente ancora più fallimentare di quello emiliano. Consisteva in questo: due anni di superiori obbligatori, con qualche intervento di sostegno e di individualizzazione per gli studenti in estrema difficoltà, più un tardivo corso "professionalizzante" al terzo anno, che in genere partiva verso marzo, anche questo pensato per ragazzi delusi e sfibrati da percorsi non confacenti alle loro attitudini. E' la concezione "ospedaliera" della formazione professionale di cui parla Rosario Drago. Attualmente il governo toscano ha scelto una linea di larvato boicottaggio dei percorsi triennali, affidandone la realizzazione unicamente alle risorse di autonomia e flessibilità in capo agli istituti professionali, a loro volta depauperati dei laboratori dalla recente riforma.
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