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SCUOLA/ L’Emilia Romagna penalizza la formazione professionale, ma ora "paga il conto"

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Al di là delle legittime perplessità sul valore educativo di questi percorsi co-progettati in modo “paritetico” da soggetti diversi, dato che uno degli aspetti fondanti della bontà di una proposta educativa/formativa è proprio la chiarezza e l’identità (non solo formale, ma soprattutto storica e culturale) del soggetto proponente, resta un problema di libertà e di migliorabilità del sistema. Per quale motivo, in Emilia Romagna, a differenza delle altre Regioni e nonostante le norme nazionali -che consentono la possibilità di assolvimento dell’obbligo anche attraverso la frequenza dei percorsi triennali presso i CFP - gli studenti sono costretti ancora ad iscriversi ad un istituto superiore? Perché continuare a proporre obbligatoriamente questo modello pasticciato di coprogettazione e cogestione? È forse un modello che funziona? Eppure i “corsi integrati”, la famosa “controriforma” architettata alcuni anni fa dall’assessore regionale all’istruzione in carica (Bastico) in opposizione all’allora ministro Moratti, sono falliti miseramente. E con essi, purtroppo, anche tanti nostri giovani...
Non bisogna farsi ingannare dalle dichiarazioni di chi afferma che in Emilia Romagna la dispersione scolastica è molto più bassa della media nazionale. In realtà, come spiegato molto chiaramente in un articolo di alcuni giorni fa (“Fermare la fuga dalle aule si può”, Avvenire, 25 marzo 2011), le percentuali di abbandoni considerate dalle Regioni riguardano solo le fuoriuscite dai percorsi scolastici statali, e questo dato falsa completamente le valutazioni reali.
Se è vero, infatti, che gli studenti dispersi nella sola scuola statale secondaria superiore, nel periodo 2005/06 -2009/10 ammontano a 190mila unità (31%), è altrettanto vero che ben 70mila di questi sono rientrati in un percorso di istruzione nella scuola paritaria o nei corsi triennali di FP (dati Tuttoscuola).
La cifra finale della dispersione italiana per il periodo in esame, così, corrisponde in realtà a quella indicata dalla Commissione Europea e dall’Isfol (120mila unità), ma soprattutto - e questa è la vera sorpresa - si modificano sensibilmente le percentuali dichiarate dalle Regioni.



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COMMENTI
01/04/2011 - scuola (Alfredo Argentero)

Ho insegnato 38 anni in un istituto tecnico ed ora, pensionato ma irriducibile, nella formazione professionale. Quando, a metà degli annni 90, gli studenti medi furono costretti ad un anno nelle superiori, l'istruzione tecnica fu ferita gravemente, conoscendo da allora un improvviso e rapido declino. L'Emilia Romagna fa dunque, oggettivamente, grave torto alla qualità dell'istruzione superiore.

 
01/04/2011 - E in Toscana va malissimo (Giorgio Ragazzini)

L'alto tasso di dispersione della Toscana non è affatto casuale. E' il frutto del cosiddetto "modello Toscano", sicuramente ancora più fallimentare di quello emiliano. Consisteva in questo: due anni di superiori obbligatori, con qualche intervento di sostegno e di individualizzazione per gli studenti in estrema difficoltà, più un tardivo corso "professionalizzante" al terzo anno, che in genere partiva verso marzo, anche questo pensato per ragazzi delusi e sfibrati da percorsi non confacenti alle loro attitudini. E' la concezione "ospedaliera" della formazione professionale di cui parla Rosario Drago. Attualmente il governo toscano ha scelto una linea di larvato boicottaggio dei percorsi triennali, affidandone la realizzazione unicamente alle risorse di autonomia e flessibilità in capo agli istituti professionali, a loro volta depauperati dei laboratori dalla recente riforma.