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SCUOLA/ Il "vero" problema dei precari non è in mano a sindacati e politici

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Dopo il maxi risarcimento cui è stato condannato il Ministero della Pubblica Istruzione dal Tribunale del Lavoro di Genova il 25 marzo scorso per la mancata stabilizzazione di quindici lavoratori precari della scuola, c’è stato una sorta di malsano compiacimento nell’accoglimento della sentenza da parte dei sindacati e di tutti quei precari che si trovano più o meno nelle stesse condizioni, cui hanno fatto eco i mezzi di comunicazione; come se quei 500mila euro che il Ministero della Pubblica Istruzione dovrà risarcire non fossero soldi di tutti. Soprattutto dei precari.

La politica, da parte sua, ha ribattuto subito alla notizia ricorrendo cinicamente ai ripari per evitare che il maxi risarcimento si estenda a tutti coloro che avrebbero dovuto meritare la stabilizzazione e che, ovviamente, sono già pronti a presentare ricorso.

Anche questo episodio ha dimostrato che, quando si parla dei precari e, in particolare, di quelli che lavorano nella scuola, l’unica preoccupazione dei mass media è dare voce all’acerbo scontro politica-sindacati che va avanti, da sempre, a colpi di ricorsi su tutti i temi che riguardano il mondo del’istruzione. Per esempio sabato ho letto la lettera di una precaria che aveva persino dimenticato quanti ricorsi aveva fatto!

Sotto i riflettori dei mezzi di comunicazione i supplenti vengono menzionati come un esercito di 500mila precari, affamati di punti, assetati di supplenze, sempre pronti a scalare altissime montagne chiamate graduatorie. Allo stesso modo politica e sindacati si occupano quasi solo di contarli, di inventarsi una graduatoria che riesca a farli scorrere più velocemente o a reclutarli in modo diverso. Insomma i precari non vengono mai presentati come persone ma come numeri, non come insegnanti ma come “tappa-buchi” in un periodo variabile che va da settembre a giugno e che in estate (se non prima) tornano puntualmente disoccupati. Questa è la vita di chi lavora nella scuola e che, per la lunga tradizione che si ritrova alle spalle, viene chiamato “precario storico”.



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COMMENTI
13/04/2011 - Sono una precaria, (sabina moscatelli)

più o meno storica. Quest'anno insegno in una scuola privata. Mi hanno informata che per il prossimo anno scolastico mi proporranno un nuovo contratto a tempo determinato. Hanno piacere che resti ancora con loro. Vengo da anni in cui, me ne vanto, ho battuto palmo a palmo la provincia di Milano. Sicuramente questa esperienza mi ha arricchita ma da lì, cara Olga, ad affermare che questo forzato pellegrinaggio sia un bagaglio formativo imperdibile, ce ne passa. Che mi dice della continuità didattica che deve essere garantita ai discenti? Non conta più? Perché nelle nostre scuole private ribadiamo costantemente e con veemenza la necessità di proseguire gli studi all'interno del medesimo istituto/sistema (penso ai miei figli ma anche alla scuola in cui insegno quest'anno), ma poi auspichiamo che gli insegnanti restino a lungo precari, perché questa gavetta li aprirebbe a chissà quali e quante mirabolanti carriere docenti? Non è bello avere la possibilità di seguire la crescita di un ragazzo dai 14 ai 19 anni, anno dopo anno? Sarò ingenua, ma io lo trovo semplicemente meraviglioso e non mi sembra vero programmare già ora, con la mia Preside e miei colleghi, quanto farò l'anno prossimo. Perché ci vuole togliere questo respiro?

RISPOSTA:

L'articolo voleva soltanto far vedere l'altra faccia del precariato. sul resto concordo perfettamente con Lei. Cordiali saluti, OS