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SCUOLA/ Il "vero" problema dei precari non è in mano a sindacati e politici

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Una volta la parola “precarietà” veniva usata da poeti e filosofi come sinonimo di “effimero” per connotare la breve durata di tutto ciò che ci circonda e sottolineare che la vita corre e s’arresta un’ora (Petrarca). Oggi, invece, viene utilizzata per indicare quella condizione esistenziale di ogni lavoratore che non ha un contratto a tempo indeterminato o che non è di ruolo, come si dice in gergo scolastico. Proprio contro questo stato di cose sabato scorso i precari sono scesi in piazza per farsi sentire, soprattutto da coloro che li chiamano, con un eufemismo, lavoratori flessibili. Come sempre i mass media hanno ripreso questa manifestazione per alimentare la polemica e accendere lo scontro.

Fin qui una faccia del precariato. Ciò che, invece, nessuno riporta né racconta sono le giornate intere che l’insegnante, seppur precario, trascorre a scuola, facendo il suo lavoro e compiendo i suoi doveri. Quando questo professore si mette in cattedra dimentica sia i punti, sia i ricorsi sia le graduatorie perché ha nella mente e nel cuore solo una cosa: lo sguardo pieno di interrogativi degli studenti che si trova quotidianamente davanti. Per riprendere queste belle esperienze che nascono in una classe non ci sono mai telecamere; dei bei rapporti di fiducia e di stima che si stabiliscono tra docenti e discenti non scrivono i giornali. Tuttavia da queste giornate nascono romanzi come Bianca come il latte, rossa come il sangue di Alessandro D’Avenia, in cui il protagonista è proprio un supplente - descritto come uno sfigato al cubo perché sostituisce un professore (che già di per sé è uno sfigato) e poi lavora portando sfiga ai colleghi per poterli sostituire - che in un normalissimo giorno di scuola riesce a svegliare l’alunno-tipo da una ripetitiva vita fatta di scuola-calcetto-Ipod, cui al massimo potrebbe aggiungere Facebook. Questa è l’altra faccia del precariato, quella più silenziosa ma che porta maggior frutto.

Viaggiare, cambiare scuola, zona, abitudini ed età degli studenti è parte della vita precaria di un supplente che solo con questa “gavetta” può aprire la sua mente, fare esperienze e lanciare sé stesso e i suoi alunni verso la sfida educativa.

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COMMENTI
13/04/2011 - Sono una precaria, (sabina moscatelli)

più o meno storica. Quest'anno insegno in una scuola privata. Mi hanno informata che per il prossimo anno scolastico mi proporranno un nuovo contratto a tempo determinato. Hanno piacere che resti ancora con loro. Vengo da anni in cui, me ne vanto, ho battuto palmo a palmo la provincia di Milano. Sicuramente questa esperienza mi ha arricchita ma da lì, cara Olga, ad affermare che questo forzato pellegrinaggio sia un bagaglio formativo imperdibile, ce ne passa. Che mi dice della continuità didattica che deve essere garantita ai discenti? Non conta più? Perché nelle nostre scuole private ribadiamo costantemente e con veemenza la necessità di proseguire gli studi all'interno del medesimo istituto/sistema (penso ai miei figli ma anche alla scuola in cui insegno quest'anno), ma poi auspichiamo che gli insegnanti restino a lungo precari, perché questa gavetta li aprirebbe a chissà quali e quante mirabolanti carriere docenti? Non è bello avere la possibilità di seguire la crescita di un ragazzo dai 14 ai 19 anni, anno dopo anno? Sarò ingenua, ma io lo trovo semplicemente meraviglioso e non mi sembra vero programmare già ora, con la mia Preside e miei colleghi, quanto farò l'anno prossimo. Perché ci vuole togliere questo respiro?

RISPOSTA:

L'articolo voleva soltanto far vedere l'altra faccia del precariato. sul resto concordo perfettamente con Lei. Cordiali saluti, OS