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SCUOLA/ Insegnare per competenze: istruzioni per l'uso, evitando il "burocratese"

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Dal film Les Choristes, di C. Barratier (2004)  Dal film Les Choristes, di C. Barratier (2004)

Continua la riflessione di Dario Nicoli sul tema delle competenze. Il primo articolo è stato pubblicato su ilsussidiario.net il 29 marzo, il secondo il 6 aprile.

Scuola come comunità di apprendimento - Una scuola in grado di fare ciò è definibile non come burocrazia né come organizzazione di servizi, bensì assume i caratteri di una comunità di apprendimento che è tale quando fornisce a coloro che vi abitano una prospettiva unitaria e, in modo particolare, di porre l’enfasi sul processo più importante che accade al suo interno, ovvero la relazione educativa come sollecitazione delle qualità umane dei giovani, mettendo in moto il loro desiderio di sapere e muovendosi insieme lungo una pista di ricerca e di scoperta.
L’organizzazione formativa intesa in senso comunitario consente la fluidità e la continuità dei processi di apprendimento e di maturazione. Ciò richiama i requisiti delle learning organizations secondo la regola dello “svilupparsi apprendendo”, mobilitando non solo le abilità cognitive, ma anche quelle intuitive, emozionali, pratiche e sociali.
Tale modello spinge le scuole a rimodellare continuamente la propria materia che è costituita da un pensiero creativo in grado di far emergere continuamente nuove strategie. Ciò richiede di promuovere corsi di azione sempre nuovi, abbandonando l’enfasi eccessiva sugli obiettivi che spesso finiscono per diventare camicie di forza, per far sì che le persone capiscano da sole qual è l’obiettivo adeguato per ogni situazione (gli obiettivi “emergono” attraverso il processo) e quali sono i limiti da evitare.
I principi di questo modo di organizzare la comunità di apprendimento sono: inserire l’intero nelle singole parti (aree disciplinari, tecniche, ruoli...) puntando alla ridondanza delle funzioni (ogni docente non è solo esperto di una materia, ma anche membro di una comunità di apprendimento e animatore di situazioni di apprendimento dal carattere olistico), spingendo gli individui ad accettare le sfide indipendentemente dalla loro natura ed origine; perseguire la differenziazione e la varietà necessaria puntando a far sì che le competenze e le capacità necessarie siano possedute dal gruppo e il singolo sia multifunzionale; adottare il minimo di regole per garantire la libertà di auto-organizzazione, evitando che i dirigenti diventino “progettatori di tutto” per essere guide; imparare ad apprendere, evitando le ricette ma promuovendo atteggiamenti mentali aperti e creativi.
Occorre che l’organizzazione-comunità non cada nella routine, neppure in quella “progettuale”. Essa deve cercare le novità ed aprirsi agli eventi potenzialmente formativi, anche mettendo in discussione pratiche consolidate quando necessitano di rinnovamento.
Va ricordato che il fattore identitario, se non è continuamente “incarnato” nella vita della comunità, può trasformarsi in un mero discorso retorico, senza che ne fluisca una linfa vitale in ogni ambito della vita interna. I processi organizzativi tendono al raffreddamento, i sistemi tendono all’entropia (perdita di energia) e ciò accade specie quando dominano processi di inerzia che replicano il già noto.



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