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SCUOLA/ La libertà, "nuovo" metodo (infallibile) per salvare la scuola

L’imminenza delle prove Invalsi 2011è l’occasione per fare il punto su un tema di metodo che riguarda tutto il modo di fare scuola. Il commento di FABRIZIO FOSCHI

Foto: Imagoeconomica Foto: Imagoeconomica

L’imminenza delle prove Invalsi 2011, che nel corso del mese di maggio rileveranno lo stato degli apprendimenti in italiano e matematica di una fascia importante della popolazione studentesca (seconda e quinta classe della scuola primaria; prima e terza classe della scuola secondaria di primo grado, coincidente con la prova nazionale dell’esame di Stato del primo ciclo; seconda classe della scuola secondaria di secondo grado), oltre le incombenze che queste misure costituiscono sotto l’aspetto puramente organizzativo, richiama un tema di natura metodologica attinente al rapporto tra insegnamento e apprendimento, sul quale vale la pena riflettere.
Le prove, infatti, correttamente intervengono sui livelli di apprendimento dei ragazzi allo scopo di “effettuare verifiche periodiche e sistematiche sulle conoscenze e abilità degli studenti” (L.176/2007). Il nesso fatto risaltare dalla circostanza del monitoraggio è tra ciò che gli alunni sanno o credono di sapere e il cambiamento che in essi produce tale contenuto, se afferrato e assimilato nel modo giusto (conoscenza).
In fondo la conoscenza è un processo di adesione alla realtà che non ha alcuna utilità, se non di farcela comprendere meglio. E la comprensione della realtà (storica, matematica, linguistica, ecc.) è lo scopo dell’educazione, perché è quel fattore sintetico che rende presente l’attitudine al giudizio, senza il quale non esiste il soggetto e nemmeno l’oggetto. Conoscenza e giudizio in sostanza coincidono: mediante la “grammatica dell’assenso” (per citare Newman) l’oggetto che si mostra in prima istanza ad una certa distanza dal soggetto, può essere scoperto o riscoperto nelle sue caratteristiche fondamentali (le sue ragioni) ed entrare nello spazio del soggetto come elemento costitutivo della sua stessa esistenza.
È questa la dinamica che coinvolge ogni essere umano nell’esperienza dell’amicizia e dell’innamoramento, cioè quando l’altro entra a fare parte dell’“io” non perché posseduto fino all’annullamento, bensì guardato e compreso per ciò che è, per la sua finalità intrinseca. La conoscenza si pone allo stesso livello, perché presuppone interesse e simpatia verso ciò che si intende abbracciare con tutta la propria personalità (implica una fatica sempre ripagata). La domanda dei ragazzi: “A che cosa serve tutto questo?”, può sembrare brutale, se formulata nella maniera più istintiva. Tuttavia nasconde una grande richiesta di significato, cioè di comprensione del rapporto tra sé e l’esistente, inteso come tutto ciò che si può manifestare davanti ai loro occhi: lo studio, l’affetto per una persona, un accadimento imprevisto.