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SCUOLA/ La libertà, "nuovo" metodo (infallibile) per salvare la scuola

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Ritorniamo alle prove Invalsi e al loro contesto per chiederci fino a che punto nella scuola possa oggi realizzarsi il passaggio dalla pura e semplice constatazione della realtà al giudizio su di essa che ne rappresenti tutte le dimensioni dalla quale è costituita. Pensata originariamente come luogo in cui la tradizione culturale del popolo potesse trasmettersi alle giovani generazioni attraverso l’esercizio graduale del giudizio (dalla prima alfabetizzazione all’adempimento della facoltà critica), la scuola europea (italiana in particolare) subisce l’impoverimento indotto contemporaneamente dalla statalizzazione del suo assetto e dalla riduzione del lavoro che vi si compie a funzione sociale (poco più che un servizio, per quanto importante, come i trasporti, la comunicazione, la rete energetica). La professione docente in questo quadro è assimilata a quella di chi esercita compiti di natura sociale piuttosto che culturale. Al presente è molto richiesto, anche dalle famiglie, quello della preservazione del quadro di valori e doveri formali inscritti nella categoria della “legalità”.
La centralizzazione del sistema educativo non paga, tuttavia, come dimostrano i confronti internazionali, rispetto ai quali la scuola italiana si è dimostrata per lo più in ritardo nella preparazione dei giovani. Laddove i parametri Ocse sono stati raggiunti, il merito è da attribuirsi al dinamismo di scuole (dirigenti e insegnanti) che hanno saputo esercitare al meglio la capacità di muoversi in autonomia proprio nei confronti di un’ingombrante burocratizzazione.
Di conseguenza, viviamo dal punto di vista del sistema scolastico nello spazio del paradosso, perché si vorrebbero compiere percorsi di personalizzazione dei contenuti disciplinari (vedi prove Invalsi) senza che siano messe in discussione le coordinate culturali che ne impediscono la compiuta effettuazione. Si dimentica, per una scelta di comodo, che la persona dell’alunno può essere accesa di interesse per un oggetto se lo vede fatto risaltare nello spazio della persona del docente che lo propone alla classe. I documenti ministeriali sfiorano il problema, senza risolverlo, quando accennano ai “contenuti di apprendimento”, presupponendo nella formulazione in “didattichese” che le materie che si insegnano a scuola sono oggetti di conoscenza nella misura in cui diventano fonte di apprendimento, ovvero di studio critico e appassionato.



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