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SCUOLA/ La grande alternativa è tra padre O'Connor e gli studenti di Cambridge

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Di solido, non di squisito. Stiamo parlando di pane - o di bistecche -, non di prelibatezze. Stiamo parlando di una utilità che non è di natura necessariamente economica (anche se ciò che porta benessere di solito inutile non è…), ma strettamente legata alla vita, all’essere di chi conosce (e cioè di chi impara). L’aprire la mente per richiuderla su qualcosa di solido è dunque una operazione “interessata”, in cui io metto in gioco il mio essere, per come è in questo momento e per come sono in grado di percepirlo, nel contesto di tutti i rapporti che in qualche misura mi costituiscono, rapporti tra i quali si inserisce, per un ragazzo tra i sei e i diciotto anni (e in particolare tra i dodici e i diciotto), anche la scuola. Ma non metto in gioco solo il mio essere astrattamente inteso, ma anche - e direi soprattutto - quello che mi aspetto di dover fare nella vita (che per l’adolescente coincide con la domanda drammatica “che cosa devo fare per trovare il mio posto nel mondo…”).

Con un problema, che è il grande, centrale, problema della scuola: che nessuno chiede a me, adolescente, di fare o essere qualcosa di utile. “Preparati”, “Goditi la vita finchè puoi…”, “Stai attento!”. Il rischio è che pochi, o nessuno, mi chiedano di fare qualcosa, si aspettino da me qualcosa che a loro serva davvero. Che qualcuno mi chieda di aver cura di qualcosa, perché ce n’è - davvero - bisogno. Rischio costantemente, io adolescente, di non venir mai richiesto di un lavoro, di una responsabilità, per stare alla quale io debba cominciare ad avere bisogno - davvero - di conoscere qualcosa. Rischio sempre di trovarmi nelle condizioni dello studentello di Cambridge e mai in quelle di padre O’Connor.

Una piccola digressione sul termine “condizione”: non voglio riferirmi solo alle circostanze concrete in cui una persona si viene a trovare, ma anche, e più profondamente, al fatto che avere la fortuna di dover rispondere concretamente alla reale necessità di qualcuno costituisce la conditio sine qua non, il contesto necessario perché si possa acquisire conoscenza (cioè imparare/insegnare). Il lavoro come condizione - e non solo come fine o mezzo - dell’insegnamento/apprendimento.

Alla fine della sua Autobiografia, Chesterton riassume in poche righe quella che chiama la sua dottrina di vita: “Mi interessa in modo speciale il fatto che queste dottrine sembrino tenere legata tutta la mia vita fin dall’inizio, come nessuna delle altre dottrine potrebbe fare. Specialmente sembra che rendano chiari, simultaneamente, i due problemi della mia felicità di fanciullo e del mio ansioso meditare di ragazzo. Essi si riferiscono particolarmente ad un’idea centrale della mia vita; non dirò la dottrina che ho sempre insegnato, ma la dottrina che mi sarebbe sempre piaciuto insegnare. L’idea cioè di accettare le cose con gratitudine, ma non di prenderle senza curarsene”.

Ora (ricevere le cose con gratitudine, e cioè riconoscere che sono date) et labora (curarsene, cioè conservarle, migliorarle, difenderle, e in definitiva strapparle dal nulla). Ai nostri ragazzi chiediamo - davvero - questo?



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COMMENTI
22/04/2011 - essere liberi, essere uomini, scopo del sapere (Daniela Notarbartolo)

Ringrazio Matteo Foppa Pedretti per questo articolo, che mostra il notevole spessore culturale che sta alla base dell'ipotesi educativa dei CFP. Oltre alla lotta alla dispersione, questo settore si distingue per il riconoscimento del valore della responsabilità e della libertà nell'atto del conoscere. Come dice sempre Felice E. Crema, dal settore professionale può venire un'ipotesi significativa anche per il sapere "accademico": come dire che gli studentelli di Cambridge pssono scoprire che ciò che hanno tra mano vale più di quel che credono.