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SCUOLA/ Israel: i test Invalsi creano il panico, ma c’è qualcosa di più grave...

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Si possono evitare i rischi del teaching to test? (Imagoeconomica)  Si possono evitare i rischi del teaching to test? (Imagoeconomica)

È proprio il caso di spendere qualche parola chiara sui test, in particolare sui test Invalsi, che stanno per essere “somministrati” alle scuole e che tanti sommovimenti stanno provocando. Difatti, è usuale ripetere che sulla questione della valutazione della scuola cadono ministeri e governi, perché troppi insegnanti non vogliono essere valutati. Trattasi di una mezza verità, perché, per evitare che un ministro cada sulla valutazione - come accadde a Berlinguer - bisognerebbe almeno che le procedure proposte fossero meditate e ragionevoli, in modo da mettere all’angolo le resistenze puramente corporative. Questo non fu il caso del marchingegno scombiccherato proposto da Berlinguer, come non è il caso dei discutibilissimi meccanismi proposti per la recente sperimentazione, come abbiamo avuto modo di spiegare in altra sede. Pensare che non si debba far fronte a resistenze aprioristiche è assurdo, ma quantomeno si dovrebbe evitare che le più elementari obiezioni sorgano anche nelle menti più disattente.
Così, in un clima reso già rovente dal rifiuto opposto da tante scuole alla sperimentazione della valutazione, ci troviamo di fronte all’appuntamento delle prove Invalsi di maggio. E anche in questo caso sono state create le condizioni ottimali per rendere indigesto questo passaggio. Il principale errore sta nell’aver creato un grande margine di ambiguità circa il significato, la portata e le implicazioni di queste prove, ovvero circa il significato, la portata e le implicazioni dei test.
Qui si impongono alcune considerazioni generali. È sconcertante quanto sia difficile discutere razionalmente sui temi della valutazione. Per esempio, attorno ai temi delle valutazioni bibliometriche della ricerca scientifica si sta accumulando una letteratura di notevole consistenza e autorità - prodotta da persone e istituzioni di primo piano in ambito scientifico - che mette radicalmente in discussione la validità di queste procedure. Ultimo, in ordine di tempo, è l’articolo di Douglas Arnold, presidente di una delle massime società scientifiche mondiali (SIAM, Society for Industrial and Applied Mathematics) e di Kristine Fowler, bibliotecaria dell’Università del Minnesota, dal titolo Nefarious Numbers (numeri nefandi).



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COMMENTI
28/04/2011 - Non se la prenda... (Franco Labella)

Gentile prof. Israel accetti, se vuole, un consiglio: non se la prenda più di tanto per i commenti, alcuni dei quali sono evidentemente fuori misura. Non ho alcun titolo per intervenire da tecnico per cui mi limito ad osservare, a pelle, che le sue osservazioni, che mi paiono di assoluto buon senso, evidentemente non sono gradite proprio perchè documentate, argomentate e basate su posizioni non ideologiche. E se lo scrive uno che con lei ha polemizzato pubblicamente può star tranquillo della mia assoluta "indipendenza" di giudizio.

 
28/04/2011 - La categoria della denigrazione non può essere usa (Giorgio Israel)

Far calcoli senza saper impostare un problema, senza ragionare, significa semplicemente non conoscere la matematica, non far matematica ma indovinelli, filastrocche, quiz, nel migliore dei casi enigmistica. Questo è noto da sempre, senza inventare la categoria di "matematica argomentativa", che è priva di senso da chiunque sia stata enunciata. Quanto ai dati insufficienti o ridondanti e soprattutto alle procedure "corrette", trattasi di un livello di ben altra complessità che, come ho tentato vanamente di spiegare, non è suscettibile di una risposta univoca e non è certamente analizzabile a livello di test. L'esistenza di una didattica della matematica meccanica, ripetitiva nei calcoli (e oltretutto tediosa) è un problema annoso e arcinoto (ben prima dei test) che deriva da molteplici cause, tra cui la pletora di libri pessimi, infarciti di nozioni assurde, di casistiche insensate, di una quantità di definizioni inutili o sbagliate. Non si tratta purtroppo affatto di vecchia didattica, poiché la maggioranza dei testi recenti per le primarie sono orrendi, scritti da persone che non hanno mai capito nulla di matematica e non sanno trasmetterne i concetti e i metodi. La valanga di pessimi eserciziari che sta invadendo le scuole non soltanto non pone rimedio, ma aggrava la situazione e la didattica per test non può che aggravarla ulteriormente. Lettura consigliata: D. Ravitch, "The Death and Life of the Great American School System: How Testing and Choice Undermine Education".

 
28/04/2011 - Test o non-test? (Rinaldo Bertolini)

Pur non condividendo la politica scolastica di questo Ministero (di cui credo Israel possa esser considerato "consigliere"), trovo che in questo articolo sono dette cose straordinariamente sensate. Il problema, come sempre, è di trovare una via di mezzo tra l'adorazione dei test (che di solito si realizza senza comprenderli nella loro genesi e nel loro obiettivo) e l'esecrazione dei test medesimi: questa via di mezzo ovviamente non è l'indifferenza, ma l'intenzione di integrarli nella propria didattica, senza snaturare questa nè i test medesimi. E' più che giusto non fare un insegnamento orientato prevalentemente al superamento dei test: chi fa così, oltre a sacrificare il senso stesso dell'educazione (oltre che dell'apprendimento), rende sterili i test stessi, che sono pensati di solito in modo indipendente da un addestramento specifico per superarli (che li vanifica). Nturalmente un addestramento minimale ci vuole, perché, se uno studente non ha mai fatto test, anche se bravo, con difficoltà riuscirà a superare l'impatto di questo tipo di verifica, pregiudicando il proprio risultato.

 
28/04/2011 - “teaching to the test” (Giuseppe Fortini)

Il “teaching to the test” è ampiamente usato dalle scuole guida che dichiaratamente non insegnano a guidare ma a superare l'esame per la patente. Che poi uno sappia guidare o meno è un optional, evedentemente. Poi vengono proposti ulteriori corsi di guida sportiva, in condizioni critiche o altre definizioni più o meno bizzarre.... Ma allora a cosa serve l'esame? Dopo la scuola guida ci siamo anche con la Scuola?

 
28/04/2011 - denigrare: cui prodest? (Daniela Notarbartolo)

Per capire che cosa intende la prof.ssa Garuti con “matematica argomentativa” il prof Israel può leggere il rapporto del prof.G. Bolondi sulla ricorrezione del compito di matematica negli esami di Stato (sito Invalsi), dal quale emerge che gli studenti italiani sono abituati a fare “calcoli”, ma non a ragionare su quali calcoli è utile fare, né a impostare correttamente un problema in termini matematici o ad arrivare in fondo ad una dimostrazione. I riscontri della prof.ssa Garuti sui risultati dei test di precedenti tornate (presentati in convegno a novembre) mostrano la stessa cosa: che chi arriva alla soluzione giusta lo fa perché articola il ragionamento, anche in maniere divergenti, mentre una grande quantità di studenti non si accorge se i dati sono ridondanti o insufficienti e se le procedure che applica sono corrette. Nei test PISA gli italiani non riescono a motivare il perché di una soluzione. È forse un limite della didattica della matematica in Italia, del quale ci si è accorti proprio tramite i test. Non è corretto sottovalutare la portata delle riflessioni che stanno maturando negli ambienti non dei “tecnici” del test, ma di universitari e professori di scuola, che combattono sul campo la buona battaglia per una ripresa di studi “secondo ragione”. Che poi intorno ai test si aggirino gli spettri della valutazione della scuola e degli insegnanti, è come spesso in Italia intempestiva aggiunta di stress in un sistema fragilissimo.