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SCUOLA/ Quel brutto e cattivo "utile" che ha rotto l’incantevole ozio

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Il problema posto dai giovani alla ricerca del nesso tra scuola, vita, famiglia, amici e lavoro, trova certamente un aiuto per molti aspetti decisivo in un incontro umanamente e culturalmente pregnante, ma ciò non rappresenta un’alternativa all’impegno affinché i diversi contesti di vita possano essere letti in una prospettiva sintonica, pena la riproposizione di un dualismo che non contribuisce certo a combattere la disarticolazione e la frammentazione della vita, conoscitiva e affettiva, dei nostri adolescenti.
Ripresentare un sapere che non sia in dissidio col saper fare e che si ponga naturalmente e non artificiosamente il problema dell’interesse e dell’utilità, in questi anni è stato uno dei criteri (e dei drammi!) che ci hanno guidati nella riprogettazione di laboratori di impresa simulata e di materie culturali che fossero insieme anche professionalizzanti (o viceversa) nei percorsi di Istruzione e Formazione Professionale. Si noti che porsi seriamente il problema dell’interesse-utilità tra l’altro spalanca di colpo la scuola verso la realtà “esterna” e apre orizzonti che oltrepassano la sua (spesso teorizzata e coltivata) autoreferenzialità.
Come osservarva in un recente articolo apparso su queste pagine Felice Crema, “l’interesse rappresenta, infatti, una dimensione del rapporto educativo che si lega strettamente al termine utilità. A che deve servire, essere cioè utile, l’impegno scolastico (ricordiamolo sempre, l’unico e solo impegno che la società pone a carico del giovane, in particolare nella minore età) se non a esercitare un ruolo nel mondo? In questione semmai dovrà essere la natura dell’utilità cui mirare, quale essa sia, dove la si trovi, soprattutto come debba essere resa presente all’alunno in modo tale da sostenerlo nel percorso”.
L’esperienza di questi anni ci spinge a dire che forse è venuto il momento di chiederci seriamente, rispetto al problema di una scuola in cui regnano verbalismo e autoreferenzialità del sapere, se la riproposizione delle discipline di insegnamento così come vengono proposte all’insegnante nel corso della sua formazione, siano parte della soluzione o parte dello stesso problema.



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