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SCUOLA/ Quel brutto e cattivo "utile" che ha rotto l’incantevole ozio

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Si tratta di riconoscere un problema che interessa tutto il sistema formativo italiano (e non solo), che tocca la stessa istruzione professionale (di qualità, ammettiamolo, molto variabile), troppo spesso prigioniera della stessa dicotomia tra otium e negotium che caratterizzava il mondo antico e che oggi, sulla scia di una cultura formativa nata dall’incontro tra la posizione gramsciana e quella deweyana, appare dominante. Ed anche la cultura pedagogica (residuale) che, facendo riferimento al classicismo gentiliano, sembra opporsi a questa visione, in realtà (in virtù della comune radice idealistica?) muove da molti dei presupposti culturali che vorrebbe combattere. Anche qui sarebbe necessario un serio ripensamento di questi presupposti, ma di rado si trovano tentativi che vanno in questa direzione.
Una domanda mi si ripropone: perchè oggi è così difficile accettare come punto di partenza della proposta educativa quell’incredibile ora et labora che, rilanciando il lavoro (manuale!) come espressione della dignità ultima dell’uomo, in questo modo partecipe al lavoro incessante e operoso del Padre, ha rappresentato uno dei fondamenti di quella che oggi conosciamo come Europa?
Un’interessante proposta fatta due anni fa dalla Compagnia della Opere con il fascicolo “Una scuola che parla al futuro” partiva proprio dal considerare il problema del nostro sistema formativo tenendo assieme dimensione educativa e dimensione sociale e politica. Non varrebbe la pena di riprenderla, per sviluppare una riflessione su questi temi più adeguata alle condizioni effettive in cui si trova la nostra scuola?



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