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SCUOLA/ Ora "usiamo" Invalsi e Pisa per certificare le competenze

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Il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini (Imagoeconomica)  Il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini (Imagoeconomica)

Inoltre, se si conoscono un po’ le prove utilizzate dalle valutazioni standardizzate esterne, si capisce facilmente che lo sforzo è quello di mettere sotto osservazione abilità tutt’altro che meccaniche, ma al contrario capacità di ragionamento e competenze critiche ed argomentative che fra l’altro sono la vera causa della loro difficoltà. Chi si è cimentato con questi problemi sa poi che gli apprendimenti relativi alle competenze di base debbono sì sempre ed il più possibile essere ricondotti ad attività del ragazzo che consentano di motivarlo e di fargliele ben sedimentare, ma che non sempre ciò è del tutto possibile. Esiste probabilmente una parte di saperi che vanno sedimentati per un utilizzo nella costruzione del proprio Io in senso personale e professionale  più diluito nel tempo e legato a circostanze non del tutto programmabili. Inoltre, soprattutto in alcuni campi, la logica interna dei saperi ha una sua rigidità per cui l’apprendimento random in funzione della costruzione di competenze organiche non sempre è possibile e fruttuoso.
In Italia si corre sempre il rischio del cavallo di Sant’Antonio che spesso è lo strumento del gattopardismo. Il meglio (o meglio in questo caso l’eccesso, l’assolutismo) è il nemico del bene.
È possibile dunque tenere insieme le due facce delle medaglia. Intanto, la certificazione delle competenze può assumere dall’altra faccia della medaglia un rigore metodologico che consenta la comparabilità effettiva delle certificazioni, che rischia di essere il suo tallone di Achille. Criteri di analisi delle prestazioni anche orali ed operative validate ed incrociate possono trarre spunto dalle pratiche delle valutazioni esterne.
Fra questi criteri giganteggia una definizione precisa dei livelli che consenta un ancoraggio certo. Letto di Procuste? Certo, c’è questo rischio, ma, se torniamo alle ragioni ultime della certificazione che non sono solo quelle di consentire lo sviluppo di una didattica per competenze, ma anche quelle di offrire la comparabilità e l’attendibilità degli esiti, comprendiamo che non se ne può prescindere.
Da ultimo, per la certificazione delle competenze di base, i framework delle valutazioni nazionali ed internazionali, offrono un riferimento ineludibile, magari con spunti critici e di differenziazione che indicherebbero una vera accettazione.
Sarebbe un passo avanti, in un paese come il nostro che passa con facilità dalla subordinazione acritica ad un ribellismo stucchevole, di cui abbiamo avuto in questi giorni un chiaro esempio.



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