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SCUOLA/ Il preside: quei piccoli test (Invalsi) pongono a noi adulti domande radicali

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I test Invalsi riempiono le cronache dei giornali (foto d'archivio)  I test Invalsi riempiono le cronache dei giornali (foto d'archivio)

“La matematica non deve essere nella mente come un peso portato dall’esterno, ma come un’abitudine del pensiero: bisogna imparare a vedere i rapporti geometrici in tutta la realtà e a individuare le formule in tutti i fenomeni. Chi è capace di rispondere all’esame e di risolvere i compiti, ma dimentica il pensiero matematico quando non si parla direttamente di matematica, non ha appreso la matematica”. (Pavel A. Florenskij, Non dimenticatemi. Dal gulag staliniano le lettere alla moglie e ai figli del grande matematico, filosofo e sacerdote russo, Mondadori, Milano 2000).
Mentre oggi gli studenti si cimentavano con sorprendente serietà nelle prove, in aula professori i docenti della scuola che dirigo, sfogliando i fascicoli, sono stati provocati a porsi la domanda forse più cruciale per un insegnante: in che misura e a quali condizioni il nostro lavoro quotidiano, l’insegnamento delle nostre discipline, favorisce negli studenti la capacità di osservare, denominare, ragionare sui testi, affrontare i problemi? Che corrisponde a chiedersi: quanto crediamo al valore dell’istruzione ai fini dell’educazione? Studiare grammatica, letteratura, matematica, storia (si aggiungano pure tutte le nobili discipline della nostra grande tradizione culturale, a cui si viene introdotti dalle materie scolastiche) contribuisce davvero alla formazione di una ragione viva, all’opera in tutti gli aspetti della vita?
Non uno dei miei docenti si è posto, fortunatamente, il problema di preparare gli studenti ad affrontare meglio le prove Invalsi, magari ricorrendo alle innumerevoli schede che le case editrici stanno diffondendo copiosamente (ve ne sono esemplari in vendita persino alle casse degli autogrill!). Le prove in questione sono solo uno dei tanti strumenti di valutazione - peraltro non del singolo studente, almeno nelle intenzioni per cui sono nate -, la cui forma sicuramente non può e non potrà mai sostituire la diversificata tipologia di verifiche che, di necessità, vengono redatte a partire dal concreto lavoro didattico. Ma non va sottovalutata la scelta di mettere alla prova la popolazione studentesca proprio sulle competenze sopra citate, perché realmente sono la chiave per addentrarsi in studi sempre più complessi: chi non è in grado di interpretare i testi, non ha padronanza della propria lingua e non sviluppa il pensiero matematico, non ha accesso al mondo dei saperi e non si educa a una capacità critica e argomentativa tale da permettergli di affrontare la vita da uomo.




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COMMENTI
13/05/2011 - prove invalsi e misurazione (Maria Antonia Savio)

Concordo con la collega, rispetto alle domande radicali provocate dal test INVALSI per la Scuola media. Credo sia il momento di aprire un dibattito serio su questo segmento di scuola sia all'interno dei Collegi Docenti che nel Paese. Occorre trovare una rotta per rifondarne le scelte pedagogiche, per richiamarvi la formazione dei Docenti e dei Dirigenti. La ricchezza degli Istituti comprensivi va recuperata nei termini di riflessione pedagogica. La nuova generazione degli alunni reclama un nuovo stile di insegnamento che coniughi la tradizionale proposta delle lezioni frontali con l'utilizzo delle nuove tecnologie, l'esigenza di manualità e di espressività con il protagonismo, la proposta di una didattica "attiva" (laboratoriale) con i nuovi saperi, la condizione sociologica fondamentale "il gruppo dei pari" come base per un apprendimento efficace.. questo presuppone la possibilità di "fare formazione", anzi aprire cantieri di formazione per i Docenti già in servizio e non. Si tratta solo di reperire fondi e di determinare i tempi.. Un bel programma che da Dirigente scolastico mi piacerebbe attuare... possibilmente prima di presentare la domanda di pensionamento...