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EDUCAZIONE/ Il segreto del vero maestro? Una stima senza fine

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In questi ultimi anni si sono moltiplicati gli studenti che arrivano a scuola con la certificazione di Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA). È certamente un passo avanti significativo il non ridurre, come spesso si faceva prima, le difficoltà nella scuola alla semplice mancanza di voglia, di impegno: a volte ci sono delle difficoltà oggettive che è importante saper riconoscere e affrontare con gli strumenti adeguati. Ma non si può, d’altro canto, rischiare di medicalizzare le difficoltà, con la conseguenza di ridurre per l’ennesima volta il tema dell’insegnamento ad un problema eminentemente di raffinatezza tecnica.


Già nel 1987 don Luigi Giussani, parlando dei giovani, usava una immagine efficace per descriverne la situazione. : “È come se tutti i giovani di oggi fossero stati investiti da una sorta di Chernobyl, di enorme esplosione nucleare: il loro organismo strutturalmente è come prima, ma dinamicamente non lo è più; vi è stato come un plagio psicologico, operato dalla mentalità dominante. È come se oggi non ci fosse più alcuna evidenza reale se non la moda. Quello che si ascolta e che si vede non è assimilato veramente: ciò che ci circonda realizza in noi una estraneità rispetto a noi stessi. Si rimane cioè […] astratti nel rapporto con se stessi e affettivamente scarichi” (1).

In un recente corso di formazione per insegnanti conclusosi con un’assemblea su Il rischio di educare Giancarlo Cesana, ordinario di Igiene generale e applicata nell’Università di Milano Bicocca, faceva alcune sottolineature circa la condizione dei ragazzi particolarmente significative: “Se noi guardiamo alla nostra esperienza ci rendiamo conto che ci impegniamo, lavoriamo, siamo presenti, perché gli altri ci vogliono bene. Magari non siamo molto coscienti di questo, però se noi teniamo seriamente ad un'altra persona e questa persona non riconosce quello che facciamo, ci restiamo male, perché la radice profonda dell’essere umano, la nostra costituzione sta nell’essere amati. Quando uno vince il premio Nobel è certamente contento di aver fatto una scoperta scientifica, ma è soprattutto contento che la propria scoperta è un bene per tutti, determina un riconoscimento grato da parte degli altri. Noi nella vita ci diamo da fare per essere voluti bene, ma - in realtà - il processo è il contrario, cioè agiamo e facciamo perché siamo voluti bene prima, non dopo. La radice profonda della gratuità, dell’essere gratuiti è proprio la consapevolezza di essere voluti bene; se uno sa di essere voluto bene, si muove, agisce; ha più entusiasmo, più forza, più energia e più passione. I ragazzi che fanno fatica, quelli che frequentano In-presa per esempio, mancano essenzialmente di questa esperienza originale, cioè non sono sicuri di essere originalmente voluti e di essere voluti bene, non hanno la prospettiva del rapporto umano, del significato profondo del rapporto umano e, quindi, fanno fatica a impegnarsi. Fanno fatica perché il loro impegno non ha una ragione, non perché non capiscano cosa sia la matematica; non la capiscono perché non capiscono quale sia il loro posto nel mondo, che cosa siano al mondo a fare; non capiscono che c’è qualcuno che li vuole" (2).



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