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Educazione

SCUOLA/ Perché non basta l’alfabeto a fare gli italiani?

ROBERTO SANI spiega il ruolo dei protagonisti del processo di formazione dell’identità italiana alla luce del libro di G. Chiosso, Alfabeti d’Italia. La lotta all’ignoranza nell’Italia unita

Don Bosco insieme ai suoi ragazziDon Bosco insieme ai suoi ragazzi

«Che volete che faccia dell’alfabeto colui a cui manca l’aria e la luce, che vive nell’umido e nel fetore, che deve tenere la moglie e le figlie nella pubblica strada tutto il giorno? Non otterrete mai nulla. E se un giorno vi riuscisse d’insegnare a leggere ed a scrivere a quella moltitudine, lasciandola nelle condizioni in cui si trova, voi apparecchiereste una delle più tremende rivoluzioni sociali. Non è possibile che, comprendendo il loro stato, restino tranquilli».
Così Pasquale Villari, in un celebre articolo pubblicato nella Nuova Antologia nel novembre 1872, riassumeva i termini del vero e proprio dilemma che caratterizzava le classi dirigenti liberali all’indomani dell’Unità, strette fra l’esigenza  del fare gli italiani, attraverso la graduale alfabetizzazione delle masse popolari, e i crescenti timori che proprio l’indispensabile alfabetizzazione delle classi popolari, se non accompagnata da misure atte a rimuovere la miseria e le gravi disuguaglianze sociali che caratterizzavano il nuovo Stato e, nel contempo, da un’opera educativa capace di promuovere al loro interno una solida coscienza etica e un vivo sentimento di appartenenza alla comunità nazionale, avrebbe finito inevitabilmente per sovvertire le fragili strutture del neonato Stato unitario.
L’analisi di Pasquale Villari costituisce un po’ lo sfondo del recente e brillante saggio di Giorgio Chiosso, Alfabeti d’Italia. La lotta all’ignoranza nell’Italia unita (Sei, Torino, 2011), nel quale l’autore propone una lettura organica e a tutto campo dei molteplici itinerari e delle complesse vicende che contrassegnarono, all’indomani dell’Unità e fino ai primi decenni del XX secolo, la "battaglia contro  l’ignoranza" e, più complessivamente, il processo di formazione dell’identità nazionale e della cittadinanza nel nostro Paese, lumeggiando il carattere composito e multipolare di un simile processo e demolendo definitivamente una serie di triti luoghi comuni, come pure talune interpretazioni storiografiche troppo ideologicamente connotate per risultare credibili e fornire una spiegazione degli eventi e delle esperienze che hanno contribuito a fare gli italiani e a promuovere il senso di appartenenza e un nuovo costume civile nel nostro paese. 


COMMENTI
20/05/2011 - Un cambiamento epocale (Sergio Palazzi)

Se prima dei 4 anni sapevo già leggere i titoli dei giornali il primo merito è di mio nonno Armando, classe 1904. Non ricordo se avesse fatto la 2^ o la 3^ elementare, per almeno metà della sua vita tecnicamente sarebbe da definire sottoproletariato agricolo inurbato. Ma, come capitava a tanti come lui e della sua epoca, quella pochissima istruzione l'aveva fatta fruttare ogni giorno, partendo dalla lettura dei giornali (che tra i suoi 18 ed i suoi 40 anni oltretutto non erano nemmeno un campionario di varietà). Nei dialetti emiliani di allora, "'gnurant!" era il più pesante tra gli insulti (o almeno tra quelli riferibili...). Lui e la nonna devono avere sputato sangue perchè almeno uno dei figli arrivasse al diploma dell'Istituto Tecnico, che nel '54 era come una laurea di adesso o forse di più. Quando ripenso a queste cose, io dott. prof. nella scuola di adesso, sento il cielo che mi pesa sulle spalle.