BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SCUOLA/ Perché non basta l’alfabeto a fare gli italiani?

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

Don Bosco insieme ai suoi ragazzi  Don Bosco insieme ai suoi ragazzi

«Che volete che faccia dell’alfabeto colui a cui manca l’aria e la luce, che vive nell’umido e nel fetore, che deve tenere la moglie e le figlie nella pubblica strada tutto il giorno? Non otterrete mai nulla. E se un giorno vi riuscisse d’insegnare a leggere ed a scrivere a quella moltitudine, lasciandola nelle condizioni in cui si trova, voi apparecchiereste una delle più tremende rivoluzioni sociali. Non è possibile che, comprendendo il loro stato, restino tranquilli».
Così Pasquale Villari, in un celebre articolo pubblicato nella Nuova Antologia nel novembre 1872, riassumeva i termini del vero e proprio dilemma che caratterizzava le classi dirigenti liberali all’indomani dell’Unità, strette fra l’esigenza  del fare gli italiani, attraverso la graduale alfabetizzazione delle masse popolari, e i crescenti timori che proprio l’indispensabile alfabetizzazione delle classi popolari, se non accompagnata da misure atte a rimuovere la miseria e le gravi disuguaglianze sociali che caratterizzavano il nuovo Stato e, nel contempo, da un’opera educativa capace di promuovere al loro interno una solida coscienza etica e un vivo sentimento di appartenenza alla comunità nazionale, avrebbe finito inevitabilmente per sovvertire le fragili strutture del neonato Stato unitario.
L’analisi di Pasquale Villari costituisce un po’ lo sfondo del recente e brillante saggio di Giorgio Chiosso, Alfabeti d’Italia. La lotta all’ignoranza nell’Italia unita (Sei, Torino, 2011), nel quale l’autore propone una lettura organica e a tutto campo dei molteplici itinerari e delle complesse vicende che contrassegnarono, all’indomani dell’Unità e fino ai primi decenni del XX secolo, la "battaglia contro  l’ignoranza" e, più complessivamente, il processo di formazione dell’identità nazionale e della cittadinanza nel nostro Paese, lumeggiando il carattere composito e multipolare di un simile processo e demolendo definitivamente una serie di triti luoghi comuni, come pure talune interpretazioni storiografiche troppo ideologicamente connotate per risultare credibili e fornire una spiegazione degli eventi e delle esperienze che hanno contribuito a fare gli italiani e a promuovere il senso di appartenenza e un nuovo costume civile nel nostro paese. 



  PAG. SUCC. >


COMMENTI
20/05/2011 - Un cambiamento epocale (Sergio Palazzi)

Se prima dei 4 anni sapevo già leggere i titoli dei giornali il primo merito è di mio nonno Armando, classe 1904. Non ricordo se avesse fatto la 2^ o la 3^ elementare, per almeno metà della sua vita tecnicamente sarebbe da definire sottoproletariato agricolo inurbato. Ma, come capitava a tanti come lui e della sua epoca, quella pochissima istruzione l'aveva fatta fruttare ogni giorno, partendo dalla lettura dei giornali (che tra i suoi 18 ed i suoi 40 anni oltretutto non erano nemmeno un campionario di varietà). Nei dialetti emiliani di allora, "'gnurant!" era il più pesante tra gli insulti (o almeno tra quelli riferibili...). Lui e la nonna devono avere sputato sangue perchè almeno uno dei figli arrivasse al diploma dell'Istituto Tecnico, che nel '54 era come una laurea di adesso o forse di più. Quando ripenso a queste cose, io dott. prof. nella scuola di adesso, sento il cielo che mi pesa sulle spalle.