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SCUOLA / Il problema dei test Invalsi? I nostri ragazzi non sanno più pensare

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Matematica e test Invalsi  Matematica e test Invalsi

Che la matematica insegni a ragionare è ormai un giudizio assai diffuso nel contesto culturale italiano. È anche l’argomento più convincente che si adduce per sostenere la necessaria presenza, all’interno dei più diversi percorsi scolastici, di una materia vissuta, da tanti studenti, come ostica e arida.

Forse, però, sarebbe più corretto affermare che la matematica non insegna tanto a ragionare, quanto piuttosto a divenire consapevoli dei propri ragionamenti: ciascuno di noi ragiona per natura e anche i bambini piccoli mostrano questa capacità, espressa talvolta in maniera mirabile, senza che nessuno l’abbia loro espressamente insegnata.

Divenire coscienti del proprio pensiero,  renderne conto sul piano verbale, comunicare passi ed esiti delle proprie riflessioni è un passaggio più delicato, su cui si instaura anche l’attuale dibattito relativo a struttura e risultati delle Rilevazioni degli Apprendimenti somministrate dall’Invalsi, l’Istituto Nazionale per la Valutazione del sistema educativo.

Tra pochi giorni arriverà una nuova tornata delle annuali prove nazionali e puntualmente si riapre il dibattito: risposte chiuse, risposte aperte, confronto tra le performance dei ragazzi italiani e quelle ottenute dai coetanei europei. I deludenti risultati dei nostri ragazzi nei test internazionali vengono spesso attribuiti alla scarsa abitudine della scuola italiana al multiple choice. In realtà, i nostri studenti mostrano le maggiori difficoltà quando non basta individuare la risposta corretta, ma occorre dominare i procedimenti logici, sapere perché si è arrivati a una certa soluzione.



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COMMENTI
05/05/2011 - Dubbio sciolto (Giorgio Israel)

Gentile prof. Mereghetti, il suo dubbio è già sciolto. Provi a perdere una mezz'ora in rete per constatare quale inaudita valanga di libri, libretti, libercoli, eserciziari preparatori ai test Invalsi siano in vendita. Provi a constatare quanti siti web svolgono la stessa funzione direttamente on line. E a quanti istituti scolastici hanno messo in rete materiali rivolti ai propri insegnanti e alunni per addestrarsi alla "grande prova". E provi a constatare la qualità di questi materiali: spesso sono quiz di infima specie, roba scritta molto spesso da persone visibilmente incompetenti. Avrà la risposta. Il teaching to the test è già pesantemente in atto e molto prima di quanto si sia temuto. Perché non abbiamo tenuto conto di uno dei due mali che sono la rovina di questo paese: l'affarismo. L'altro è l'ideologia. L'ideologia dei test come giustificazione all'opportunità di far quattrini ed ecco che viene fuori un autentico mostro.

 
04/05/2011 - Boh?! (Gianni MEREGHETTI)

Sono molto in difficoltà a valutare le Prove Invalsi, ringrazio il Sussidiario della ricchezza di contenuti e di riflessioni che propone. Ho però un grande dubbio che spero mi venga sciolto. Lo formulo così. Io sono convinto che se i miei studenti fossero sottoposti ad un test di filosofia sarebbe un disastro, temo che io stesso non riuscirei a prendere la sufficienza. Perchè? Per un semplice motivo che io non insegno a diventare capaci di risolvere un test, ma a ragionare. Del resto i miei studenti agli esami di stato, quando si sono trovati di fronte ad insegnanti schematici hanno avuto le loro buone difficoltà (di cui mi prendo la responsabilità). Che cosa si rischia di produrre con questo massiccio intervento di prove Invalsi? Io vedo un rischio forte, quello di indurre gli insegnanti a svolgere il loro programma in funzione di ottenere buoni risultati ai test Invalsi. Senza volerlo le Prove Invalsi andrebbero a condizionare lo svolgimento dei programmi. Sarebbe la fine della creatività didattica, io non potrei più svolgere il programma come lo svolgo oggi, dovrei obbedire alla impostazione dell'Invalsi. Così la mia programmazione non sarebbe più libera, la farebbe l'Invalsi e tutto sarebbe omologato alla grande. Questo è il rischio che vedo nelle Prove Invalsi, è un dubbio che mi fa guardare con sospetto questa operazione di valutazione.

 
03/05/2011 - test invalsi (Claudio Cereda)

Non ho lo spazio per ragionare di matematica ma posso esprimere alcune speranze: che le prove vengano gestite dalle scuole in maniera seria, che i risultati (sicuramente impietosi) servano a riflettere su cosa vale la pena di fare e non fare (punti di forza e di debolezza, che i risultati nella classe vengano discussi con gli studenti, che il ministero aumenti le occasioni di verifica dello stato di funzionamento del sistema. A proposito di matematica: prenderla da lontano, cioè da problemi non direttamente matematici fa solo bene all'insegnamento della matematica.

 
02/05/2011 - Non c'è bisogno dei test per una buona didattica (Giorgio Israel)

Perché in un articolo porsi il problema epocale di definire che cos'è la matematica? Gli esiti sono inevitabilmente deludenti. La matematica è soltanto un modo di ragionare, quindi non insegna a ragionare tout court o a esserne consapevoli: anche la storia, la filosofia o la fisica lo fanno. Comunque, il modo ottimale per insegnare a ragionare in matematica è coniugare l'insegnamento della cassetta degli strumenti teorici con la loro applicazione, ponendo problemi e discutendo collettivamente in classe le differenti soluzioni trovate dagli alunni (o da gruppetti di alunni), nonché analizzando gli errori commessi (l'errore è la materia vitale della matematica). Che questo sia il giusto approccio è la scoperta dell'acqua calda, come è noto che spesso non viene seguito, ma proprio per colpa di una sgangherata didattica che si pretende "innovativa". Ma esso richiede un contesto letteralmente opposto a quello dei test, che è stereotipato, e tanto meno lo è quanto più si allontana dal test. Presentare i test come il giusto contesto di una buona didattica è paradossale e specioso e risponde soltanto all'esigenza di difenderli a tutti i costi. Nessuno li vuol proscrivere ma consideriamoli per quel che sono, nei loro modesti limiti.