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SCUOLA / Il problema dei test Invalsi? I nostri ragazzi non sanno più pensare

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Matematica e test Invalsi  Matematica e test Invalsi

Lo conferma anche la Sintesi del Rapporto sulle Prove Invalsi per le V Superiori: “le maggiori debolezze dei nostri ragazzi si hanno quando viene loro richiesto di argomentare, spiegare, motivare le proprie affermazioni; molte difficoltà derivano dalla incapacità di leggere, comprendere, decodificare adeguatamente testi di varia natura”. Già nei risultati delle classi del Primo Ciclo di Istruzione si vedono in nuce queste difficoltà.

Come i test che gli studenti sosterranno nei prossimi giorni possono contribuire a colmare questo gap? È risaputo ormai che le prove di Matematica predisposte dall’Invalsi prevedono domande che sono per la maggior parte a risposta “chiusa” (nelle quali si è vincolati a scegliere tra un esiguo numero di opzioni predefinite) o “falsa aperta” (in cui bisogna scrivere di proprio pugno la risposta corretta). Non sono molti i quesiti che richiedono esplicitamente di «Saper argomentare, cioè giustificare una scelta e sostenere un punto di vista sulla base dei fatti».

Tuttavia, nelle prove Invalsi le singole domande partono spesso da stimoli volutamente lontani, nella forma e nel linguaggio, dalla consueta prassi scolastica e che consentono diversi percorsi verso la soluzione. Diventa allora centrale la capacità di leggere il testo, coglierne i nessi e le richieste, prendere un’iniziativa originale in ordine al suo corretto svolgimento. Questa tipologia di quesito facilita l’abbandono dell’esecuzione meccanica degli esercizi a favore di un ragionamento che nasca nel contesto specifico della situazione problematica proposta.

La novità delle prove Invasi, dunque, non sta tanto nella forma di risposta che richiedono quanto nel tipo di attività che propongo agli studenti: a nulla servirebbe addestrare alle multiple choice se queste fossero la semplice riscrittura dei consueti esercizietti dei peggiori libro di testo.

Bisogna allora augurarsi non solo che queste prove introducano sempre più item in cui sia richiesto agli studenti di mostrare il loro lavoro (il famoso show your work tanto caro a certe ricerche internazionali) ma anche che contribuiscano a  riportare al centro della riflessione didattica in ambito matematico la peculiare natura di questa disciplina e del suo insegnamento/apprendimento.



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COMMENTI
05/05/2011 - Dubbio sciolto (Giorgio Israel)

Gentile prof. Mereghetti, il suo dubbio è già sciolto. Provi a perdere una mezz'ora in rete per constatare quale inaudita valanga di libri, libretti, libercoli, eserciziari preparatori ai test Invalsi siano in vendita. Provi a constatare quanti siti web svolgono la stessa funzione direttamente on line. E a quanti istituti scolastici hanno messo in rete materiali rivolti ai propri insegnanti e alunni per addestrarsi alla "grande prova". E provi a constatare la qualità di questi materiali: spesso sono quiz di infima specie, roba scritta molto spesso da persone visibilmente incompetenti. Avrà la risposta. Il teaching to the test è già pesantemente in atto e molto prima di quanto si sia temuto. Perché non abbiamo tenuto conto di uno dei due mali che sono la rovina di questo paese: l'affarismo. L'altro è l'ideologia. L'ideologia dei test come giustificazione all'opportunità di far quattrini ed ecco che viene fuori un autentico mostro.

 
04/05/2011 - Boh?! (Gianni MEREGHETTI)

Sono molto in difficoltà a valutare le Prove Invalsi, ringrazio il Sussidiario della ricchezza di contenuti e di riflessioni che propone. Ho però un grande dubbio che spero mi venga sciolto. Lo formulo così. Io sono convinto che se i miei studenti fossero sottoposti ad un test di filosofia sarebbe un disastro, temo che io stesso non riuscirei a prendere la sufficienza. Perchè? Per un semplice motivo che io non insegno a diventare capaci di risolvere un test, ma a ragionare. Del resto i miei studenti agli esami di stato, quando si sono trovati di fronte ad insegnanti schematici hanno avuto le loro buone difficoltà (di cui mi prendo la responsabilità). Che cosa si rischia di produrre con questo massiccio intervento di prove Invalsi? Io vedo un rischio forte, quello di indurre gli insegnanti a svolgere il loro programma in funzione di ottenere buoni risultati ai test Invalsi. Senza volerlo le Prove Invalsi andrebbero a condizionare lo svolgimento dei programmi. Sarebbe la fine della creatività didattica, io non potrei più svolgere il programma come lo svolgo oggi, dovrei obbedire alla impostazione dell'Invalsi. Così la mia programmazione non sarebbe più libera, la farebbe l'Invalsi e tutto sarebbe omologato alla grande. Questo è il rischio che vedo nelle Prove Invalsi, è un dubbio che mi fa guardare con sospetto questa operazione di valutazione.

 
03/05/2011 - test invalsi (Claudio Cereda)

Non ho lo spazio per ragionare di matematica ma posso esprimere alcune speranze: che le prove vengano gestite dalle scuole in maniera seria, che i risultati (sicuramente impietosi) servano a riflettere su cosa vale la pena di fare e non fare (punti di forza e di debolezza, che i risultati nella classe vengano discussi con gli studenti, che il ministero aumenti le occasioni di verifica dello stato di funzionamento del sistema. A proposito di matematica: prenderla da lontano, cioè da problemi non direttamente matematici fa solo bene all'insegnamento della matematica.

 
02/05/2011 - Non c'è bisogno dei test per una buona didattica (Giorgio Israel)

Perché in un articolo porsi il problema epocale di definire che cos'è la matematica? Gli esiti sono inevitabilmente deludenti. La matematica è soltanto un modo di ragionare, quindi non insegna a ragionare tout court o a esserne consapevoli: anche la storia, la filosofia o la fisica lo fanno. Comunque, il modo ottimale per insegnare a ragionare in matematica è coniugare l'insegnamento della cassetta degli strumenti teorici con la loro applicazione, ponendo problemi e discutendo collettivamente in classe le differenti soluzioni trovate dagli alunni (o da gruppetti di alunni), nonché analizzando gli errori commessi (l'errore è la materia vitale della matematica). Che questo sia il giusto approccio è la scoperta dell'acqua calda, come è noto che spesso non viene seguito, ma proprio per colpa di una sgangherata didattica che si pretende "innovativa". Ma esso richiede un contesto letteralmente opposto a quello dei test, che è stereotipato, e tanto meno lo è quanto più si allontana dal test. Presentare i test come il giusto contesto di una buona didattica è paradossale e specioso e risponde soltanto all'esigenza di difenderli a tutti i costi. Nessuno li vuol proscrivere ma consideriamoli per quel che sono, nei loro modesti limiti.